PDF Stampa E-mail

FRAMMENTI DELLA DISTANZA


 

 

 

Scrivo un omaggio alla distanza perché sono figlia della troppitudine, della sovrappopolazione, della saturazione, del benessere, delle megapoli, perché detesto il turismo di massa.

Perché ho nostalgia dello spazio intorno a me.

Scrivo della distanza perché ho orrore delle iperplasie, perché ho le orecchie piene di rumore, perché non voglio più saperne del villaggio globale che ha avvicinato tra loro tutti gli angoli del pianeta, perché so che cos’è l’inflazione, perché ho gli attacchi di panico nel traffico, perché mi manca Dio.

Dio è la distanza necessaria, il vacuum di cui il nostro tempo ha orrore.

E allora è come se scrivessi di Dio. Forse Dio mi legge, dai recessi di chissà quale cielo.

Elogio la distanza perché la mia pelle è diventata insofferente al non richiesto ammasso di corpi, celluliti, siliconi, fisicità spuria, sesso disperato.

E ha nostalgia, invece, soltanto di carezze. E’ la carezza il germoglio esatto e inevitabile della distanza, l’interfaccia variabile fra vicino e lontano, il pertugio dell’umano, il cardine dell’errore: possiamo avvicinarci oppure allontanarci, sperimentare la repulsione oppure il desiderio, a seconda. Questo basta.

L’Eros è distanza, benedetta.

Perfino dentro l’atomo le particelle elementari non stanno così serrate come le  immaginavamo, non esistono amplessi se non in perenne movimento.Tra una particella e l’altra sta lì a “sanguinare” (da quella che i fisici chiamano materia oscura) l’energia… E che cosa è l’energia se non un’altra declinazione impalpabile, spaziosa e generosa, della distanza, stavolta infinita nei suoi due termini, della partenza e dell’arrivo?

Energia come distanza attiva, generatrice di risultati imprevedibili, motore perennemente in moto, dai cicli periodici degli astri all’invisibile evolvere del seme. Se la materia stessa è energia, lo è per sconfinare oscuramente in quello che gli antichi pensavano fosse il suo esatto opposto: il vuoto.

E così perfino la materia, il nostro presunto limite, alleva in se stessa la distanza da se stessa. Cioè la sua infinitezza.

Scrivo della distanza perché sono in-finita.

Incompiuta, e perciò attratta dal compimento….



****




Caronti


 

Quegli scafisti che portano la merce umana da un continente all’altro su imbarcazioni di fortuna. Sono gli agenti della distanza, i caronti che traghettano i dannati della Storia verso i loro presunti paradisi. Il paradiso è il distante per antonomasia, quando chi lo persegue si imbatte in inferni mai abbastanza calcolati. Conosciamo qualcosa di più distante dal paradiso dell’inferno?


“La gloria di colui che tutto move

per l'universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.”


Da sempre attraversano il mondo rotte di disperazioni. Migrazioni inevitabili, esodi di masse  umane in fuga da fame, carestie, guerre: i peccati del mondo per cui nessun inferno è mai abbastanza capiente. E’ così che nei secoli si sono disegnate le civiltà. 


Da sempre, il profugo è il calco vivente della distanza e, insieme, dell’assenza: è un ‘impronta in negativo dell’umano, perennemente  scisso fra ciò che si lascia alle spalle e ciò che conta di trovare altrove. Il salto è grandioso, per questo non c’è sulla terra coraggio più grande dell’uomo che si sradica, per diventare egli stesso figlio e attore dell’utopia (altra straziante declinazione della Distanza). Per questo, al suo passo non resisterà nessun deserto, nessuna metropoli ostile, nessun oceano.


In questo panorama, gli scafisti sono gli imprenditori della Distanza.

Non la varcano in prima persona, la violano con sacrilega noncuranza, spadroneggiando mezzi volutamente inadeguati di cui sono sfrontati timonieri: scafo in greco vuol dire anche fossa. Quante volte quelle imbarcazioni hanno traghettato gli avventati passeggeri verso la Distanza definitiva, la Morte.

Se non esistesse quel baratro immenso e infinitesimo nel cuore dell’uomo fra la disperazione e la speranza, questi nocchieri senza volto non avrebbero nessuno da traghettare, e la loro genìa si estinguerebbe.

Per questo i caronti dell’oggi sono i più acuti e sprezzanti conoscitori del cuore umano, gli angeli caduti del distacco in un mondo che ci illude di una impossibile uguaglianza. Governano vento e onde con mani robuste, mettendo a tacere scrupoli e pietà, turandosi il naso a fetori di razze ammassate, a esalazioni di umori e sudori. Caricano carne umana, quella carne che è segnata dal distacco fin dal momento in cui viene al mondo, ché sempre rimpiangiamo qualcosa, per il semplice fatto di esistere.

Non offrono un Ritorno, ma una sola-Andata: risiede in questo il loro immenso potere di seduzione, la loro infernale supremazia, regalità maledetta che li santifica signori delle tenebre

Anche gli Ulisse di oggi vengono via da una guerra, ma non hanno davanti una patria, a loro non spetta figurarsi un ritorno. La loro meta è incerta, labile, spinta sempre un po’ più avanti: un altro nome di quella Distanza che non ha mai nome.

I caronti caricano a bordo questi sognatori folli  che la distanza del tragitto tramuta strada facendo in clandestini: sbarcati in un Altrove, come assenti della storia, lavoreranno incessantemente tutte le ore delle loro anonime vite per integrarsi nell’approdo.

E per rimanerne separati, smarriti pesci di un sempre “altro” mare.



 

Monaci 

 

 

   

Volevo essere un monaco. Nascere monaco. La massima distanza da me stessa, che sono donna, madre, tessitrice di rapporti e di obblighi sociali. Monaco, cioè monos: solo. Stessa radice di “minuo” diminuisco. Monaco, monade. Il minimo indispensabile. Quando non c’è più niente da diminuire, rimane l’uomo. Perché l’uomo è il solo per eccellenza, è il resto di ogni sottrazione e divisione quando viene meno l’ambiente, il creato, la storia: è lui il puro assoluto: e il monaco non fa che assecondare, mimare questa ab-solutezza, questa miseria.Il monaco declina l’antico, anzi l’eterno. Nasciamo e moriamo soli: la massima distanza è  non poter riferire la propria nascita e la propria morte, esserne immemori in entrambe le direzioni temporali, l’estremo passato e l’impraticabilità del futuro, la sua definitiva consumazione. Fra questi due estremi, resta la vita che è distanza incolmabile. La vita non può che essere “monos”. Diminuzione prossima al nulla.

 

In questo la società è il minimo male, rapprende le svariate forme della Storia che sono comunque ipocrisie, ci distrae dal nulla.
E ogni distrazione è ipocrisia.
Che vivrebbe in società se davvero potesse vivere solo? Se potesse sostenere la grandiosità della solitudine, dell’unicità dell’essere? (1)

Il monaco esprime questa distanza necessaria, ma mai di fatto praticata fra uomo e uomo
Esprime la vigilia dell’homo homini lupus, e la veste di spiritualità, indirizzandola in alto.
Coltiva dunque anche un’altra distanza, insieme a quella orizzontale fra uomo e uomo: quella verticale fra uomo e Dio
Perciò è il monaco il vero lombrico di Dio.
Il lombrico crea cunicoli in una minima zolla di terra. La percorre all’infinito, scavando al suo interno chilometri di microscopiche gallerie. Il lombrico inventa la distanza a dispetto dello spazio ristretto.
Nonostante il limite della finitudine, il monaco plasma il finito in calchi di infinito e si azzarda fino a Dio.
L’infinita operosità del monaco è un’altra forma della distanza.

Inoltre. Quanto distanti in chilometri andarono gli amanuensi? Quanti chilometri percorsero le loro trascrizioni meticolose?
Collegarono una distanza immensa, altrimenti insuperabile: il remoto passato della classicità e il presente barbarico, desolato, vuoto.
Quei monaci misero in contatto due evi: l’antico e il medio, distanti per definizione. Lavorarono per la storia.
Sempre il monaco si distanzia da tutto per garantire il legame, l’estrema vicinanza.
Ogni paradosso è distanza: se qualche vicinanza è possibile, passa per quello scioglimento di legami che affranca l’uomo dal suo simile e insieme sublima la comunità, rendendola comunione.
Solo passando nel crogiolo dell’isolamento siamo candidati a poter riconoscere l’altro, per barlumi, per grazia, in un volto... (2)

E quella distanza interiore custodita dentro le muffe e le volte di monasteri di altri tempi finisce per mettere in crisi anche la radicalità e la presunzione della parola.

(3).


 

          Per questo sono di moda i monasteri, le pause di riflessione in convento per professionisti  nevrotici, persone demotivate e prive di orientamento, miscredenti smarritiPerciò è il monaco l’agente più squisito della distanzaQuella distanza reciproca che ci consente di riconoscerci...


___________

 

(1)  Jean-Jacques Rousseau: "....Un uomo che dalla nascita fosse abbandonato a se stesso, in mezzo agli altri sarebbe il più deformato di tutti". (Emilio, Laterza, Bari 1975, a c. di A: Visalberghi, pag.51)

 

(2) Emmanuel Lévinas: "L'Io di fronte all'Altro è infinitamente responsabile. L'Altro è il povero e il denudato eniente  di ciò che concerne questo straniero lo può lasciare indifferente".....  (Dall'altro all'io, Meltemi, Roma  2002, trad. Julia Ponzio, pag 108)

(3) Firedrich Nietzsche: "In quanto ha creduto per lunghi periodi di tempo nelle nozioni e nei nomi delle cose come in aeterne veritates, l'uomo ha acuistato quell'orgoglio col quale si è innalzato al di sopra dell'animale: egli credeva veramente di avere nel linguaggio la conoscenza del mondo" ( Umano troppo umano , Mondandori, Milano 1976,  vol 1, pagg. 20-21)

 


Sguardi

 

 


Immaginiamo due esseri che si scambino un’occhiata casuale negli infernali trasferimenti umani nei lager. Un’occhiata tra uno smistamento e l’altro, in una pausa delle grandi manovre degli aguzzini.
Nel libro Il volto. Principio di interiorità. Etty Hillesum, Edith Stein, l’autrice Cristiana Dobner immagina questo drammatico specchiarsi fra le due deportate eccellenti di Auschwitz, accomunate dall’essere filosofe, ebree, donne.
Si conobbero? Non si conobbero?
Immaginiamo la distanza abissale che comportò quel loro ipotetico guardarsi e riconoscersi, a cui tanto più lo smarrimento e la disperazione del lager aggiunsero altra distanza, la condivisione della colpa, l’insorgere della vergogna dell’umano in quanto umano, la distanza per eccellenza dell’uomo da se stesso.
Fu quella  stessa distanza che indusse Adamo ed Eva ad accorgersi che erano nudi.

Ci sono sguardi che gli umani si scambiano nelle circostanze più diverse. Per riconoscersi, per condividere, per ammiccare, per comunicare. Per temperare la disperazione di una nudità avvertita da sempre come colpa.
Due donne nel lager , entrambe deportate, entrambe nude, lo sono di più nel momento in cui si guardano: snudate reciprocamente,  si riconoscono, in quello scambio, vicinissime e definitivamente lontane.
Narciso cade nell’acqua e muore: nel momento della massima vicinanza con se stesso, si perde, la sua individualità si annienta, l’io si distanzia per sempre da sé nell’attimo in cui vorrebbe celebrarsi.
Perciò l’eloquenza dello sguardo, la sua inevitabile e quasi automatica restituibilità, lo rende un perfetto rivelatore di possibili spazi interumani: un agente privilegiato della distanza.
Beninteso, di una distanza percorribile.

Se io fossi l’ altro, non avrei di che guardarmi, nulla mi spingerebbe fuori da me.
E’ solo l’altro da me che estrae il mio sguardo da me, che mi rapisce in una contemplazione protratta fino alla sfida straziante della riconoscibilità nella differenza più radicale.

Del resto, solo in questa promessa di riconoscibilità si insinua la speranza dell’incontro.
Per questo lo sguardo puro prevede comunque la reciprocità, la mette in conto. Chi guarda si augura di essere anche guardato, prima o poi. E implicitamente lo consente all’altro.
Ma spesso, in questa specularità di carne, la purezza si smarrisce, e avverte di colpo d’essere in pericolo mortale: la nudità che pensa se stessa scopre la vergogna.
Per questo, proprio quando si cerca uno sguardo altrui, e non appena lo si trova, ci si allontana. Distanza incolmabile, satura di colpa. Non si resiste a quella distanza celebrata alla luce del sole, e ci si ritrae a difendere proprio ciò che guardando, si candida a smarrire: l’ innocenza.

L’innocenza è quella distanza inevitabile dall’autenticità che ognuno alimenta in se stesso per permettersi di permanere lungo la strada, eternamente in cammino, in perenne avvicinamento a qualcun altro...

Dall’altro lato, e per le stesse ragioni, forse quasi mai chi ci guarda ci sta veramente guardando.
E se questo casualmente accade, sorprendendoci quell’attimo di reciprocità autentica non voluta, è l’ora della vergogna, della disperazione del limite. Una distanza speculare si apre, allora, sprofondandoci in un abisso di separatezza, nel rischio dell’incomunicabilità più cruenta.
Sempre, nel medium dello sguardo, affiora la fragilità dell’umano che in qualche modo si rispecchia in se stesso nel tentativo di superarsi, di superare quella incolmabile distanza della finitudine...

C’è una struggente alternativa possibile, ma mai abbastanza possibile: lo scoccare dell’intimità, il colpo di fulmine della riconoscenza (quel riconoscersi che sconfina nel dire grazie, nella gratuità-grazia dell’incontro).
E davvero non si danno gradi intermedi.
O ci si guarda per avventurarsi dentro uno sguardo che si finisce con l’evitare, o per immergersi perdutamente nell’altro. Per perdersi nell’altro.
Quando lo sguardo diventa contemplazione.

Sguardo di sola andata, senza ritorno.

 



 

Nuovo




Poi c’è la sterminata distanza del nuovo. Espressa ad esempio dalla grandiosità della Tour Eiffel, dall’altezza del Grattacielo, entrambi monumenti alla fiducia nel progresso, o alla follia (additata dai  benpensanti) degli artisti innovatori, ritenuti incomprensibili, e per questo morti incompresi.

Il futuro è distanza della rappresentazione, se percepito con anticipo.

Ogni nuovo comporta addestramento, adeguamento, ma soprattutto sradicamento.

Il nuovo dell’arte divarica gli sguardi, ne allunga alcuni verso orizzonti alieni, panorami extraterrestri, fa parlare lingue comunque straniere, molto prima di poter generare il dovuto sollievo.

Il nuovo è straniero, viene da lontano per definizione, un lontano che resterà tale, inalterabile, perennemente riflesso…

Il nuovo del tempo che passa, che passerà, che è candidato a dileguare, mi allontana da me stesso, vanifica abitudini rassicuranti, mi invita a guardare col distacco del compatimento quel me di ieri, a renderlo irriconoscibile perfino a me stesso.

Chi è quella vecchia che vedo riflessa nello specchio?

Sono io e stento a riconoscermi, perché non c’è niente di più ostinatamente nuovo di un vecchio.

Un vecchio è la novità dell’involucro che sempre più irresistibilmente e imprevedibilmente evolve, si trasforma e si deteriora, fino a decadere.

Novità del decadimento, che introduce nelle rughe l’impronta esatta e contraria di ciò che trasforma.

E’ la ruga il nuovo, e proprio nel suo contagio con la vecchiaia, proprio nel suo esserne l’angelo annunciatore.

La ruga apre quella dolorosa frattura fra l’io “letterario” e autoriflesso che si rappresenta eternamente giovane, anzi bambino, refrattario alle trasformazioni e alla fantasia del tempo, e l’ironia  implacabile della vita, che strania, capovolge, deturpa, ma proprio in questo rinnova.

Per questo la distanza del divenire è straziante nella sua inesorabile vicinanza: perché non dà tregua e scoperchia i rifugi.

Il nuovo irrompe raccapricciante, scomodo, brutto.

In compenso inventa e architetta la nostalgia.

E’ su di esso nuovo che si eleva la costruzione leggendaria del passato, sempre più svettante, sempre più allusiva di distanze.

Solo a volte, invece, il nuovo si fa così tanto attendere e rimpiangere ... da rivelare a sorpresa la sua impegnativa bellezza: inutilmente compressa, misteriosa, capace di liberarsi in una detonazione di contrasti e di produttiva incomprensione.

Ascoltare la Nona di Beethoven con gli orecchi del diciannovesimo secolo.




Amanti

 

 

 

 

 


 

E poi c’è la distanza infinita degli amanti.

I distanti per eccellenza. Distanti della loro insopportabile vicinanza...

E’ proprio l’attimo dell’intimità estrema che li fa scoprire definitivamente soli, non sovrapponibili, disperatamente due, invece di uno.

La fusione lacera l’individuo ricordandogli che non sarà mai interscambiabile con nessuno.

Così come non si può morire al posto di un altro, perché anche donandogli la nostra vita non gli risparmieremo prima o poi la sua morte, così non possiamo perderci veramente in lui.

Rimarrà il baluardo dei corpi, da un lato a fonderci, dall’altro a separarci. Rimarrà il bastione delle carne, l’estremo velario della pelle, a impedirci di snudarci per l’eternità.

E questa separazione sarà tanto più struggente e definitiva, quanto più intensamente percepito il desiderio.

Il mescolamento dei corpi ci turba di quella possibilità estrema che sulla terra non è mai veramente praticabile: l’annientamento radicale in altro da noi.

Le migliori intenzioni non possono nulla contro l’unicità dell’individuo, la sua solitudine radicale e senza ritorno, tanto più acutamente percepita quanto più l’uno si riposa occasionalmente nell’altro e all’altro per un attimo si consegna, si arrende.

L’io indifeso si lascia andare all’amato, ma in questa resa si apre più drammatico l‘abisso, nel quale ognuno naufraga confondendolo con l’invitante mare del desiderio.

Siamo i due piedritti dell’ arco, che si regge sul vuoto.

Desiderando l’altro, inevitabilmente lo allontaniamo, facendolo distante. Consegnandolo alla distanza.

Non solo nel senso superstizioso del vecchio detto: in amore vince chi fugge. Anche nel più drammatico senso che, desiderando l’altro, lo mettiamo irreparabilmente e colpevolmente di fronte a se stesso, al suo proprio ruolo a noi speculare, al suo proprio essere nel quale per giunta egli non sempre può riconoscersi.

 

L’amore è così lo strano specchio dal quale la nostra immagine ci ritorna comunque deformata. Lo sguardo puro e devastante dell’amante ci porta comunque agli estremi limiti di noi stessi (mentre noi portiamo lui ai suoi) riconoscendoci entrambi per quel che siamo: creature imperfette, disperatamente arroccate al criterio terrestre del dare e dell’avere, del dare per avere (puro scambio) e incapaci di abbandonarci dentro il pauroso abbraccio della totalità, di contemplare davvero il vuoto

Ogni amore, consumato oppure no, radicalizza così il nostro stare su questa terra, ci interroga fino alle estreme conseguenze, ci leviga e ci addomestica, facendoci infine sperimentare l’invalicabile distanza dell’uno dalla seduzione del tutto.

Per questo, ogni amore comporta una fuga da quell’insopportabile immagine di noi stessi che l’amante ci consegna col suo schiacciante candore, col suo desiderio

Per questo, ogni amore comporta un addio, la ferocia di un distacco, consumato magari impercettibilmente e silenziosamente ogni istante e mai abbastanza celebrato.

Se rispondiamo all’ amore dell’amante, la distanza si affaccia nel perenne gioco della fuga e del nascondimento: l’uno dall’altro, l’altro dall’uno, corrispondenza logorante di equivoci fino alla possibilità del misconoscimento, ovvero fino al rischio mondano del distacco definitivo, della seprarazione

Ciò che nasce deve finire, perfino l’universo decade a partire dal suo inizio.

E se poi l’amato non risponde al nostro amore, la distanza è il fiore che sanguina fin da subito dalla roccia testarda e ottusa dell’io.

Distanza doppia: variazioni dolenti sul tema di un rifiuto e insieme ingresso in quel misterioso equilibrio del cosmo in cui il sentimento, comunque sufficiente a se stesso e in se stesso giustificato, finisce per spalancare un varco gigantesco e irresistibile verso l’infinito.  

 

 


Amanti 2



 

A volte, proprio nella corrispondenza amorosa, la distanza originaria si rivela schiacciante

Proprio acconsentendo al reciproco corteggiamento, lasciandosi fare prigionieri delle reciproche opere di seduzione, gli amanti scoprono che in questo gioco il terzo attore è proprio la distanza.

Lo sanno, senza dirselo.

Sedurre, condurre a sé, è in realtà allontanare, aprire il varco, o lanciare l’arco. Perché solo il varco, ovvero lo sguardo sulla distanza, consente il riconoscimento e l’abbraccio.

Nell’amplesso la distanza sembra annientarsi, proprio quanto più resistono i baluardi dell’individuo, ovvero le differenze, i meccanismi intimi della seduzione.

Che sarebbe l’intimità senza la sopravvivenza ostinata dei singoli?
Essi perdono memoria di sé quando la fusione dei corpi impasta di consolatoria amnesia l’uno nell’altro, per decadere subito dopo.

L’amplesso celebra la fine momentanea dell’individuo consentendogli di sconfinare in un territorio solo apparentemente conosciuto.

Perfino il dentro e il fuori allora si mischiano (lo spazio si relativizza) e accade all’acqua nella brocca di illudersi di essere brocca, e alla brocca di illudersi di essere acqua.

Forse Einstein intuì la relatività durante un amplesso.

Allora perdono senso i confini dell’identità, impallidiscono i contorni, perdono significato i significati.

I confini sono per definizione bifronti, e così i significati (confini a loro volta) tendenzialmente dimentichi e incerti del versante al quale appartenere una volta per sempre.

Io o tu?

La suprema fusione genera senso di onnipotenza (io e tu), folgorazione di unità raggiunta, benché per un attimo e proprio perché per un  attimo.

Gli amanti, gli attori dell’incontro, scontano perciò la distanza più lacerante, quell’attimo successivo alla decadenza dell’abbraccio

Dove finisce l’abbraccio quando i due si separano?

Che ne  è della corrispondenza felice tra i corpi, trai palmi delle mani , i toraci, l’intersezione dei sessi, il mischiarsi di umori e sudori, quando ciascuno ritorna al proprio deserto?

Che ne è della  fugace intesa delle anime sul bordo dell’Essenza, quando i due tornano risucchiati dalla quotidianità, invischiati dai discorsi sul tempo che fa, dal “si dice”?

Che ne è di quel bilico di intuizioni perfettamente condivise, quando i due cadono in distanza, nell’energia oscura dell’Allontanamento?

Improvvisamente memori della propria identità, i due si riconoscono piloni del ponte, uniti ma staccati per guardare tra di loro scorrere il fiume,  intersecarlo.

Se il fiume è distanza, il ponte in qualche modo la attraversa, ma non può negarla.

Gli amanti sono i custodi della distanza.

Senza di loro la distanza romperebbe gli argini e il nulla strariperebbe....

Essi sono gli argini


 

Individuo

 

 

 

C’è poi la distanza che pertiene all’individuo.

Che spaventa ed attrae. (In chi si affaccia sul vuoto il brivido è duplice: orrore e piacere)...

L’individuo cerca la distanza perché ha sete di unicità, ma questo lo scaglia in una solitudine spasmodica, in una distanza assoluta da ogni simile: nel senso della vita come abisso.

L’acqua intorno al pesce deve essere tanta perché il pesce possa riconoscersi, avere coscienza di pinna e coda, saggiare la liquidità e la percorribilità degli spazi, scoprendo che gli anfratti hanno identica dignità degli oceani.

Ma il prezzo può essere terrificante: ingoiare l’oceano, concepire la distanza.

La solitudine è la concrezione salina di questa distanza interiore, il lato aspro dell’ambizione all’ unicità, il cui lato oscuro è il dolore.

Sfiorata dalla tentazione religiosa, da piccola intravidi la superbia di ogni consacrazione: distanziarmi da tutti per accedere a Dio soltanto, costruire in nome della sua lontananza il monumento alla mia unicità.

Analogamente il pellegrino è solo, anche se cammina a fianco ad altri.

Nella vocazione religiosa c’è la tentazione della solitudine in faccia a Dio, l’ombra della presunzione d’essere capaci di coprire la distanza per eccellenza, quella tra finito ed infinito.

La premessa è essere originali, irripetibili. E perciò soli.

Ma questa solitudine è la chiave per avvicinare un’altra vertiginosa distanza, quella che si spalanca fra uno e un altro.

Io non sarò mai lui e lui non sarà mai me. Se neppure l’amore rende praticabile la sostituibilità, che cosa c’è allora in quel ponte invisibile fra me e un altro che non ci consentirà mai di appartenerci, di scambiarci, di confonderci?

C’è appunto il baratro non sondabile della coscienza, tanto meno auto-sondabile, lo spazio inpercorribile dell’io qui ed ora, il deserto per eccellenza, altro nome del vuoto, il tessuto che ci distanzia comunque per il fatto che siamo, fibre reciprocamente intoccabili: la canzone della diversità straziante, il negativo del muro che nessuno può veramente valicare.

Anche clonato, l’uomo, dov’è? In questo, o in quell’altro? Forse in entrambi, ovvero in nessuno dei due. La coscienza è lo specchio che Alice non potrà mai attraversare.

Il negativo di un muro non è un abisso, ma un crepitare di braci, una perenne dissoluzione di materia votata a celebrare l’opposto di ogni distanza: il sogno irrealizzabile della prossimità.

Non resta che cenere. E quell’atroce promemoria: Pulvis es...

 


Silenzio

 

 

 

La distanza del silenzio quasi nessuno la affronta volentieri.

E’ una distanza tutta interna; nel contenuto privo di contenitore si nasconde una lacerazione che non ha luogo e che pure rivendica spazio, proprie spettrali dimensioni.

Per questo, anche se percepito fisicamente dall’orecchio, il Silenzio in quanto tale “suona” insostenibile nella sua effettiva interezza, nel suo confronto con la pienezza orizzontale del mondo, “numerificata”, digitalizzata e comunque calcolabile.


I sordi tendono a parlare per horror vacui, per riempire tutti gli interstizi tra un’intenzione e la successiva dei loro interlocutori, non sopportando il rischio del fraintendimento, la possibilità d’essere sorpresi da un approccio che non potrebbero fronteggiare, che potrebbe coglierli alla sprovvista, ricordano loro la portata più impegnativa dell’umano, la vocazione inesorabile al comunicare. I sordi si isolano o al contrario occupano prepotentemente la scena: per loro il silenzio è un frutto proibito, non possono goderne le miracolose sfumature, la tessitura musicale.

(La peggiore menomazione del sordo non è il non riuscire a percepire i suoni ma il non poter gustare i silenzi).

La menomazione del sordo spiega la miracolosa e densa distanza del silenzio, la sua ermetica compressione, tutta gravida di messaggi possibili, non necessariamente verbalizzati.

E però di fronte a questo spessore sonoro dell’universo, siamo tutti sordi. Le nostre orecchie, sature di possibili parole e di rumori, si neutralizzano dentro un amalgama indistinto che ci sigilla nella loro stessa pienezza, facendocene smarrire i significati

 

In questo abuso di vicinanza, in questa pienezza, può capitare allora di entrare in un tempio (ad esempio in una chiesa di periferia, poco frequentata), in cerca di “altro”. E lì, può capitare di sperimentare “l’irruzione del silenzio”, di essere sorpresi cioè dalla sua energia destabilizzante, arcaica.

 

Noi entriamo nel silenzio e il silenzio entra in noi aprendoci un varco, anzi rendendoci varchi, portatori di distanza, ferendoci di distanza, e restituendoci a un fruttuoso dis-orientamento così vicino alle origini.

Non si può percepire un suono se non in relazione a uno spazio (vicino, lontano, rimbombante, echeggiante....). Ma vale lo stesso per il silenzio! (Non a caso gli organi dell’equilibrio, ovvero della nostra appartenenza ad uno spazio, risiedono nel corpo umano così vicini agli organi dell’udito).

Spazio e suono, spazio e silenzio si rivelano misteriosi complici.

Il silenzio dis-orienta. Ci allontana dalla fonte, dall’ oriente (non a caso l’origine della luce) spingendoci immancabilmente verso il buio.

 

Stranezza dei templi: spazi progettati al solo scopo di fare silenzio, di svuotare lo spazio, alleati delle penombre.  Mura come valve di conchiglia in cui può finalmente avanzare, inatteso e luminoso mollusco, lo spirito....

Lo spirito nuota sigillato nel silenzio, e solo allora rivela la sua felpata presenza animale, il suo habitat durissimo e la sua fiera mollezza, all’infinito plasmabile di contro ad ogni rigidità del mondo.


Nello spazio sacro, di colpo il mondo evapora, i rumori diradano, retrocedendo nella distanza separata e riposta di un altro evo, che pure resiste inconcepibilmente presente, permanendo nel nostro orecchio l’impronta del suo inaudito annullamento.

Lo spazio del silenzio ci distanzia così da ogni tempo e ci ricorda con prepotenza le evanescenti relazioni mondane, la struggente sottigliezza di ogni presente.

 

 

 

 

 Rinunce



E poi ci sono le profondità delle anime nelle strettoie della storia. Che alla storia si ribellano,  che dalla storia si distanziano per una una naturale e spesso incompresa familiarità con l'infinito.

In questo sposano la Distanza, pronte a seppellirsi in un eremo dove la distanza dal mondo le tramuterà in buona o cattiva coscienza del mondo stesso, onnipresenti, e perennemente vicine...

Il puro si dibatte, lotta secondo quanto gli è consentito e ordinato; si lascia dilaniare, contempla fino in fondo la bellezza dell'ingiustizia, la tollera perfino, fino a scegliere di sottrarsi al tempo, al proprio tempo.

Ogni rinuncia è una presa di distanza: ma è  una "presa" su ciò che è per definzione imprendibile, e dunque converge alla fine in un perfetto ritorno alla penombra, nell'indistinto dell'anomimato, al di là di qualsiasi incarico, ruolo, investitura.

La rinuncia è, fedele all'etimologia, recusazione dell'annuncio, o forse piuttosto rinnovato annuncio.

In entrambi i casi, qualcosa affiora nella distanza abissale e distratta delle cose  umane, con la forza uguale e contraria dell'oblio: l'essenziale non si fa dimenticare. Distanziato, si riavvicina prepotente, benché intoccato, perennemente lontano, cioè sacro.


 

NUOVO

Da inserire


Poi c’è la sterminata distanza del nuovo. Espressa ad esempio dalla grandiosità della Tour Eiffel, dall’altezza del Grattacielo, entrambi monumenti alla fiducia nel progresso, o alla follia (additata dai  benpensanti) degli artisti innovatori, ritenuti incomprensibili, e per questo morti incompresi.

Il futuro è distanza della rappresentazione, se percepito con anticipo.

Ogni nuovo comporta addestramento, adeguamento, ma soprattutto sradicamento.

Il nuovo dell’arte divarica gli sguardi, ne allunga alcuni verso orizzonti alieni, panorami extraterrestri, fa parlare lingue comunque straniere, molto prima di poter generare il dovuto sollievo.

Il nuovo è straniero, viene da lontano per definizione, un lontano che resterà tale, inalterabile, perennemente riflesso…

Il nuovo del tempo che passa, che passerà, che è candidato a dileguare, mi allontana da me stesso, vanifica abitudini rassicuranti, mi invita a guardare col distacco del compatimento quel me di ieri, a renderlo irriconoscibile perfino a me stesso.

Chi è quella vecchia che vedo riflessa nello specchio?

Sono io e stento a riconoscermi, perché non c’è niente di più ostinatamente nuovo di un vecchio.

Un vecchio è la novità dell’involucro che sempre più irresistibilmente e imprevedibilmente evolve, si trasforma e si deteriora, fino a decadere.

Novità del decadimento, che introduce nelle rughe l’impronta esatta e contraria di ciò che trasforma.

E’ la ruga il nuovo, e proprio nel suo contagio con la vecchiaia, proprio nel suo esserne l’angelo annunciatore.

La ruga apre quella dolorosa frattura fra l’io “letterario” e autoriflesso che si rappresenta eternamente giovane, anzi bambino, refrattario alle trasformazioni e alla fantasia del tempo, e l’ironia  implacabile della vita, che strania, capovolge, deturpa, ma proprio in questo rinnova.

Per questo la distanza del divenire è straziante nella sua inesorabile vicinanza: perché non dà tregua e scoperchia i rifugi.

Il nuovo irrompe raccapricciante, scomodo, brutto.

In compenso inventa e architetta la nostalgia.

E’ su di esso nuovo che si eleva la costruzione leggendaria del passato, sempre più svettante, sempre più allusiva di distanze.

Solo a volte, invece, il nuovo si fa così tanto attendere e rimpiangere ... da rivelare a sorpresa la sua impegnativa bellezza: inutilmente compressa, misteriosa, capace di liberarsi in una detonazione di contrasti e di produttiva incomprensione.

Ascoltare la Nona di Beethoven con gli orecchi del diciannovesimo secolo.