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Se fossi Pietro




Io, se fossi Pietro cercherei di ricordarmi sempre di essere pescatore.

E’ strano, perché Gesù ha riconosciuto Pietro dal suo essere di pietra, roccia stabile ancorata alla terra, mentre invece la sapienza del pescatore è andare sull’acqua.

E Gesù li ha chiamati proprio perché diventassero pescatori di uomini.

Oggi c’è chi parla di “società liquida”. Dunque se fossi Pietro, non potrei fare altro che il pescatore, sempre.

Andare sull’acqua, tenere d’occhio i fondali. Ricordandomi che sotto l’acqua c’è di nuovo la terra: la sabbia o la pietra, ciò che resta fermo, o quasi, oltre i secoli.

Ma pescare uomini è ambiguo. Gesù perdonami, tu leggi le mie buone intenzioni.

Se il pescatore pesca il pesce, lo pesca per farselo arrosto.

Il pescatore di uomini, come si difenderà dal sospetto di volerli fagocitare e inglobare in sé, pur nella retta intenzione di sottrarli alla… liquidità dell’habitat, del presente?

Come si difenderà dall’accusa del proselitismo, del populismo, della propaganda?

Se fossi Pietro, farei attenzione soprattutto a non fare propaganda.

Perché oggi, nel nostro tempo, tutto è propaganda. Oppure non è.

E le cose di Pietro, invece, le cose di Cristo, non possono essere “del nostro tempo”. Devono essere di sempre.

Se fossi Pietro, ponte-fice pescatore, farei tutto meno che propaganda.

Del resto, il pescatore che fa?

Attende e tace.

Perché sa che al minimo rumore i pesci scappano.

Il pontefice è il facitore di ponti fra qui e non qui. Fra ora e sempre, fra immanente e trascendente.

Il pontefice per eccellenza è Cristo, che ha fatto un ponte della sua carne. Fra le parole e la Parola, fra le tante e la Sola, fra le parole e il Silenzio.

Se fossi Pietro, lavorerei nel silenzio, come un pescatore.

Affacciato sul ponte del niente.

Il Niente.

Certo, lui avrà urlato e discusso, ripreso e ponti-ficato, avrà rimproverato ed esortato, avrà detto, ripetuto, accusato, difeso, perorato…

Ma io avrei tanto voluto godermelo nel silenzio.

Nel silenzio, lui se lo sarà domandato mille volte, povero Pietro, povero pescatore:

ammesso che io riesca a pescare uomini, poi che dovrò farne?

Rigettarli nel mare, si intende.

Che i pescati ridiventino a loro volta pescatori per popolare mari sempre più lontani.

Solo questo genere di pescatori ingrandisce il mare a tal punto da farlo diventare oceano, da confondere continuamente i ruoli fino a che i pesci diventino pescatori e anche i pescatori si tramutino in pesci…

Pietro, come me lo immagino?

Terroso e forte, acquatico e guardingo, di poche parole, di immensi silenzi, abituato alle reti e ai remi, alle onde e ai fari.

I suoi occhi avevano visto grandi cose, le sue orecchie avevano udito quella voce.

Povero Pietro, così smarrito all’alba della storia, con tutti quei secoli davanti e quel mare di silenzio

dentro di sé.

Chi ha sentito davvero quella voce, come può starsene disinvoltamente in mezzo alle voci del mondo?

Belle e importanti tutte, ma quella doveva essere altro…

Non confondibile, non “più forte”, non “più debole”, non paragonabile, non competitiva. Non umana e neppure disumana…

Abbiamo solo una serie di “non”, per immaginarci la voce di Gesù.

O, come il presunto ruggito del mare dentro la conchiglia, abbiamo solo la carcassa di morte parole ripetute nei secoli, per cercare di risentire le sue.

E Pietro doveva guidare la Chiesa soltanto a partire da quella non-voce negli orecchi, con tutti quei “non” nel cuore.

Io, se fossi Pietro, sarei silenzioso, per paura che il ricordo di quella voce fatta persona mi abbandonasse.

“Allora faresti il monaco, l’eremita?”

Forse.

“ Benissimo, ma poi qualcuno che catturi le folle ci deve pur essere!”

No, non ne sono più così sicura.

Io, se fossi Pietro, forse neppure vorrei tirare su le reti piene.

Vorrei e non vorrei…

Diciamo che non dovrebbe essere il mio scopo. Il mio scopo dovrebbe essere di andar per mare e basta.

Tenendo la rotta, cavalcando le tempeste, puntando l’orizzonte.

Andar per mare per capire il mare, per diventare il mare...

Per sostenere lo sguardo del mare, giù nel fondo.

Tenendomi pronto a tirar su le reti, certo, ma nella certezza che tra i paradossi del cristianesimo, c’è anche quello del pesce che sogna da sé di poter essere pescato, al punto di lasciarsi pescare quando decide, quando sa che è il momento giusto.

E allora neppure le reti lanceresti, tu, se fossi Pietro?

Sì, le lancerei, ma che reti sarebbero?

Reti di gesti, e basta.

Io, se fossi Pietro, starei sempre a contemplare le mie vecchie reti di pescatore, per carpirne il segreto di cose.

Morbide e resistenti, consumate ed energiche, fatte di pieni e di vuoti, di maglie larghe e di nodi,

più vuote che piene, più bucate che compatte…

Che altri strumenti avrei, se fossi Pietro?

Parole, certo, ma soprattutto gesti…

Gesti immensi, capaci di essere compiuti senza essere visti quasi da nessuno.

Gesti immensi destinati a poche persone alla volta, apparentemente senza conseguenze, senza pubblico, senza risonanza, senza pubblicità, senza telecamere…

E’ nelle maglie dei gesti che si infilerebbero i pesci pescati, nel silenzio, quei pesci pronti a divenire a loro volta pescatori, senza bisogno d’essere chiamati, misteriosamente programmati a risalire la corrente, come i salmoni, quando è il tempo di risalire la corrente.

Io starei lì solo ad essere Pietro, se fossi Pietro.

Starei lì a lanciare le reti perfino bucate con quella magnificenza del gesto del pescatore che tanto assomiglia al gesto del contadino quando sparge il seme nella terra.

(Anche i solchi della terra sono una rete, un tramaglio di pieni e di vuoti, di spessori e sottigliezze, di incavi e rigonfiamenti, un intreccio di opportunità).

Entrambi, il pescatore e il contadino, gettano qualcosa oggi, per raccogliere qualcos’altro domani.

Ma i loro gesti sono impregnati di quella grandezza dell’oblio di chi compie il bene perché non ha altra scelta, semplicemente perché è necessario, dimenticandosi subito dopo di averlo compiuto.

Io, se fossi Pietro, guarderei solo e sempre a questo intreccio così basso, così radente l’invisibile.

L’intreccio, se fossi Pietro, sarebbe la Chiesa, certo.

La Chiesa, la rete. La rete con cui pescare e la rete con cui trattenere il pescato: la rete come struttura e infrastruttura, la rete di chiese, di diocesi, di organismi e… poteri.

Ma, se fossi Pietro, tornerei a quell’alba della storia in cui la Chiesa ancora non esisteva come intreccio di poteri, per il semplice fatto che non poteva esistere in assoluto, perché era bandita dal mondo, perché era fuori legge.

Forse se fossi Pietro, riporterei la chiesa fuori legge.

Perché la legge, ogni legge, è del mondo. Invece Cristo ha superato la legge, ha inventato l’amore.

Se fossi Pietro, mi ricorderei di quei primi anni e giorni in cui la Chiesa era solo una stanza silenziosa con poche persone già quasi costrette a nascondersi e a fuggire, e un fuoco che accendeva i loro sguardi e moltiplicava le loro lingue. Lingue di fuoco e lingue degli uomini: il greco, l’aramaico, l’assiro, l’egiziano… Perché annunciassero a tutti la buona notizia.

Se fossi Pietro, guarderei solo a questo fuoco, che li fece parlare in tante lingue, forse non tanto perché le parlassero, ma perché le ascoltassero, perché incominciassero a capire…

Se fossi Pietro ascolterei, prima ancora di parlare.

Annuncerei ascoltando.

Se fossi Pietro quasi mi nasconderei pur di riuscire a carpire e a comprendere, pur di annunciare essendo soltanto Pietro, essendo Chiesa, essendo quello che sono.

Andrei di casa in casa come un gatto, un ladro, passando per i pertugi, i ripostigli, le soffitte, gli ingressi di servizio, le porte lasciate accostate…

Non vorrei visibilità, scalpore, adunanze oceaniche, titoli da prima pagina.

Lavorerei nell’ombra, attraverso tanti piccoli Pietro come me, ognuno fedele al nascondimento, incurante delle conseguenze dei gesti e delle politiche, della stampa, dei vaticanisti, dei giornalisti di grido.

Parlerei sottovoce, se fossi Pietro.

Perché quando tutti gridano, è il silenzio a risplendere.

Se fossi Pietro riuscirei ad ascoltare nel silenzio questo disperato bisogno di assoluto e a riconoscerlo come un bambino sperduto, come l’ultimo degli ultimi sulla terra.

Non è forse il bisogno di assoluto il più smarrito di tutti?

E allora io riuscirei a decifrarlo nel folto delle lingue del mondo, tra le troppe trappole e le troppe parole.

Se fossi Pietro, pescatore, saprei che quel bisogno è sepolto nel fondo del mare.

Ma se fossi Pietro saprei vederlo, come un misterioso pesce mimetico addormentato sul fondale, ignoto agli zoologi e agli altri pescatori, e mi avvicinerei prudente solo per contemplarlo, sedurlo, imparare la sua lingua arcana, inattuale, insopportabile, incomprensibile al mondo…

Per questo, se fossi Pietro, non parlerei “al mondo”.

Chi è il mondo? Il mondo è tutti e nessuno, è un sasso polveroso ed anonimo, teorico e slabbrato, stordito da quelle troppe parole.

Parlerei invece a un’anima per volta.

E quanto tempo mi ci vorrebbe? I secoli, le vite intere, le mie, le altrui…

Se fossi Pietro non sarei solo del mio tempo, infatti. Non sarei solo io.

Se fossi Pietro quasi non vorrei più essere Pietro.

In una delle mie tante vite, potrei forse ritirarmi a guardare l’orizzonte dall’alto di un faro, fino a diventare io il faro, senza altro scopo che fare luce.

Silenzio e luce e un uomo alla volta, un pesce alla volta, con la pazienza dei secoli e con il pensiero sempre a quella presenza oscura nei fondali, sott’acqua, a quel bisogno di assoluto che è l’acqua stessa, che è il mare, misconosciuto e negato, bisogno che diventa tempesta, che ingoia transatlantici di ambizioni, che scuote coscienze, che restituisce naufraghi e valve spezzate, avanzi di ragionevolezza, simulacri di valori.

Farei luce, se fossi Pietro. E non importa a chi

Come il faro, visibile e invisibile allo stesso tempo, necessario e discreto, mestizia e severità coniugate, fedele e incrollabile, umile custode di quel segreto, mi farei da parte rimanendo eretto, sempre. Ultimo avamposto della terra sul mare; ultimo avamposto del mare sulla terra: ponte verticale per chiunque voglia navigare, e navigando attraversare mondi, scivolare su quel Relitto nascosto che nessuno nomina più, perché fa paura.

Avrei paura, se fossi Pietro.

Perché quel Relitto sul fondo è lo scheletro del figlio dell’uomo, è il Sacro deposto dal cielo, è l’assoluto condannato a nascondersi: allora nell’umile mangiatoia, oggi negli scarti silenziosi delle metropoli e degli aeroporti, dove non ti aspetteresti di trovarlo ancora, il vergognoso bisogno di Dio dell’uomo che si ritiene onnipotente, che non sa più pregare.

Avrei paura di toccare quella piaga aperta fra il finito e l’infinito, se fossi Pietro.

Per questo vorrei solo saper attendere ed essere luce.

Mi cercherei una nuova catacomba, un luogo davvero basso simile a una prigione, dove una parola ridiventasse davvero significato, dove il soffitto basso potesse significare davvero il cielo e il divieto di raggiungerlo.

Nascosto e fuori legge, espulso o perseguitato, toccherei con gesti misconosciuti i cuori degli uomini.

Questo farei se fossi Pietro.

Mi cercherei una croce.