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Prima le figure

dalle antiche illustrazioni

di

Gianni De Luca



 

Su suggerimento del poeta Ennio Cavalli,
sto chiedendo ad amici scrittori di... illustrare con i loro racconti
alcune antiche e semi-inedite opere di mio padre Gianni De Luca.
In un percorso inverso a quello tradizionale,
per cui solitamente il racconto viene dapprima scritto
e quindi illustrato,
in questo caso il racconto nascerà dalle figure di ieri
per proseguire con le parole di oggi.
Mio padre era fermamente convinto del primato
e dell'universalità dell'immagine:
ho oggi un'occasione per dimostrarglielo,
anche se in realtà quello che propongo è un gioco di recupero.
Le illustrazioni in oggetto sono antiche copertine di libri e giornalini,
pubblicate un'unica volta per lo più negli anni sessanta,
dunque in pratica quasi sconosciute,
e, insieme, opere private eseguite per suo divertimento personale.
Facendo di necessità virtù, le metto a disposizione di chi oggi,
nel riscoprirle,
volesse prenderne spunto per sviluppare una sua idea,
esprimere un'emozione, dare corpo a una fantasia,
aiutandomi così ad attualizzarle.

Grazie a coloro di voi che vorranno stare al gioco
legando la loro creatività a quella di mio padre.
Scegliete un'immagine e fatela vostra,
animandola con le vostre parole.

La mostra si arricchirà mano mano di nuove immagini,
attinte dallo sterminato archivio della produzione di Gianni De Luca.

E grazie anche agli amici che hanno fin qui condiviso
la possibilità di sviluppare il progetto:

 

Liliana Cupido, Sergio Rossi, Gianni Brunoro,
Andrea Rivi, Luca Raffaelli, Antonio Faeti...

Hanno aderito fino qui
(hanno scritto, stanno scrivendo, oppure scriveranno):

ENNIO CAVALLI
IDALBERTO FEI
LORENA FIORINI
VITTORIO PAVONCELLO
ELIO PECORA
DAVIDE RONDONI
MARIU' SAFIER
...
e in musica

 

 

 

 

 

 

 

FIGURE, FIGURINE e FIGURACCE

 

Mio padre faceva il disegnatore, sono abituata alle figure.

Figure umane in movimento, figure di cavalli al galoppo,

figure di grandi personaggi storici,

fate e maghi buoni da favola, ricostruzione di fisionomie,

micro-mimiche colte con infinito acume e generosità di tratto...

Guardarlo disegnare mi ha collocato in un osservatorio privilegiato di umanità,

e in una scuola di compassione.

 

So anche come deve sentirsi un disegno quando scende giù da una mano:

tante volte mi sono sentita anche io un suo disegno,

messa a nudo dallo scandaglio ipercritico del suo sguardo

e del suo orgoglio paterno:

creata dal nulla.

Per la stessa ragione a volte sono un po’ legnosa.

Mi sento addosso i tratti scuri della grafite,

l’intransigenza della linea,

spesso così dittatoriale e implacabile,

severa di chiari e di scuri, sempre sul crinale di uno squilibrio,

nell’allerta di una possibile offesa, da dare o da ricevere.

Sì, sono anche io una figura e ….voglio fare sempre bella figura!

Sono nata così.

Ereditando la pretesa della perfezione

di un disegnatore molto molto accademico.

 

Per ragione uguale e contraria,

mi sento in democratica sintonia con tutte le altre figure che popolano il mondo:

figure disegnate e figure reali, diritte e storte, nobili e meno nobili,

complete e abbozzate, quasi perfette e scarabocchi.

Mi riconosco naturalmente in ciascuno dei miei simili:

ciascuno di noi nato dal nulla,

appeso a una linea più o meno greve,

più o meno anarchicamente proiettata sulla nobiltà del vuoto.

Ognuno ha un dono, un tocco di luce, una possibilità di riscatto,

e pertanto una pecca di cui farsi perdonare, qualche sgorbio da cancellare.

Ecco allora il politico d’accatto, ecco il commerciante vendifumo,

il professore spocchioso,

il volontario che si dona a una causa per non pensare alla propria miseria,

ecco la zitella travestita da femminista,

e la femminista che finisce zitella,

ecco il cialtrone che sa tutto di nulla,

e l’erudito che non sa nulla di tutto,

il persecutore con la vocazione di vittima,

e la vittima con la vocazione di persecutore,

ecco infine il Casanova con l’ossessione di invecchiare…

In ciascuno di loro riconosco qualcosa di familiare e di condiviso:

la comune “figura” dell’essere umano,

i tratti nobili e splendenti della specie,

uniti alle sue inenarrabili piccolezze in infinite varianti.

 

Quando ero bambina non mi hanno mai incoraggiato a collezionare figurine...

Circolava un pregiudizio mai espresso da mio padre,

che però recepivo con chiarezza.

Nell’atto del collezionare qualsiasi cosa

si annida un che di meschino e di perverso:

ridurre la vita a un catalogo, a una sequenza di incontri superficiali,

la pretesa di conservare ciò che per natura sfugge.

Eppure mi piacevano tanto quegli album scricchiolanti di Coccoina,

quelle pagine fitte di facce di calciatori o di foto di animali

che gli amici mi mostravano con orgoglio.

“Ma la vita non è un album”, mi avvertiva mamma.

E non è neppure una storia di fate e maghi buoni.

Lo scopro adesso che sono quasi vecchia.

Tante nobili figure,

viste a distanza di tempo

o “con lo sguardo del loro cameriere” (come scriveva Hegel)

può capitare che diventino francobolli senza valore.

Figurine, appunto.

Irrigidite dentro un ruolo autocostruito ad hoc,

cristallizzate in una posa di comodo o di convenzione,

immiserite da loro stesse.

Ma la vita non è un album.

 

Cosa differenzia la figura dalla figurina?

Non è solo un fatto di dimensioni.

La prima è  in dimestichezza col vuoto,

prova a essere libera,

a diventare ciò che vuole, a guardare dove vuole,

ad essere formata e deformata,

a cancellarsi e riprodursi, con anarchia,

ad avvicinarsi o allontanarsi dal reale…

La seconda è ottusamente fedele a quel reale che prende per vero,

finendo così per assimilarsi a infinite altre;

la corrompe un conformismo inesorabile

che la conduce ad arroccarsi nel suo quadratino,

e quindi intrupparsi in una sequenza di lapidi umane,

e di battute fisse,

esponendosi anzitempo in un cimitero di pseudo viventi

in cui nulla cambia,

tutto si ripete uguale,

con altri attori negli stessi piccoli ruoli

di uno stesso piccolo dramma...

La figura è metafora della vita, la figurina è antipasto della morte.

 

A volte grandi figure

diventano all'improvviso figurine grazie a una figura di merda.

Quante ne abbiamo viste e ne vedremo...

L’onesto pubblico amministratore colto con le mani nel sacco, per esempio.

O l’affettuosa moglie sorpresa dal marito in flagrante adulterio.

Per fermarci solo alle più frequenti e alle più banali.

Per non parlare delle bugie con le gambe corte,

dei tradimenti smascherati per caso,

delle gaffe pubbliche cui non sfuggono papi e presidenti,

del predicare bene e razzolare male,

dei disinvolti voltafaccia di presunti amici che hanno finito di sfruttarti,

dell'intellettuale comunista che esporta valuta all'estero,

di tutte quelle situazioni di cui si dice

che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi,

a significare che ogni cattiva intenzione, prima o poi, si lascia smascherare.

Detto altrimenti: benché s-figurata, prima o poi la verità appare.

 

La parola “figura” deriva da “fingere”.

E “fingere” deriva da un’antica radice “dhig”

che vuol dire “tastare”, “maneggiare”, “impastare”.

Alla figura non importa la realtà quale è,

vuole diventare più reale della realtà,

vuole impastarsi di luce e così diventare vera.

E’ questa la sua massima sfida,

il suo coraggio di creatura.

La figura sogna la perfezione:

quel misterioso equilibrio di ciò che è semplice e complesso nello stesso tempo.

Vuole fingere che il vero e il reale siano la stessa cosa

perchè forse le fate esistono davvero.

 

Sono figlia di un disegnatore.

Sto in dimestichezza con le figure:

in mezzo a loro mi sento più a mio agio

che nella protervia e nella tracotanza del mondo reale,

fitto delle loro varianti meschine e un po ' ridicole:

figurine, loschi figuri e figuracce.

Perciò in questo mondo comincia a mancarmi l’aria.


E allora fatemi tornare dentro la pulizia di un disegno.

Raccontatemelo voialtri il mondo com’è,

io continuo a dormire nella raf-figura-zione anarchica

e un po' patetica

di come dovrebbe essere.

 

 


E non è neppure una storia di fate e maghi buoni. Lo scopro adesso che sono quasi vecchia.

Tante nobili figure di maestri e maghi buoni, viste a distanza di tempo o “con lo sguardo del loro cameriere” (come scriveva Hegel) può capitare che diventino francobolli senza valore. Figurine, appunto. Irrigidite dentro un ruolo autocostruito ad hoc, cristallizzate in una posa di comodo o di convenzione. Su cui pertanto non vale la pena soffermarsi, figuriamoci collezionarle. La vita non è un album.

 

Cosa differenzia la figura dalla figurina? Non è solo un fatto di dimensioni. La prima è libera, in dimestichezza col vuoto, può diventare ciò che vuole, guardare dove vuole, pensare e essere pensata, formata e deformata, cancellarsi e riprodursi, avvicinarsi o allontanarsi dal reale…

La seconda è ottusamente fedele a quel reale che prende per vero, finendo così per assimilarsi a infinite altre, la corrompe un conformismo inesorabile che la conduce ad arroccarsi nel suo quadratino, e quindi intrupparsi in una sequenza di lapidi umane, di battute fisse, esponendosi anzitempo dentro un cimitero di pseudo viventi in cui nulla cambia, tutto si ripete uguale con altri attori negli stessi piccoli ruoli di uno stesso piccolo dramma. La figura è metafora della vita, la figurina è antipasto della morte.

 

A volte grandi figure diventano figurine grazie a una figura di merda. Quante ne abbiamo viste e ne vedremo!

L’onesto pubblico amministratore colto con le mani nel sacco, per esempio. O l’affettuosa moglie sorpresa dal marito in flagrante adulterio. Per fermarci solo alle più frequenti e alle più banali. Per non parlare delle bugie con le gambe corte, dei tradimenti smascherati per caso, delle gaffe pubbliche cui non sfuggono papi e presidenti, delle omissioni, dei malcelati voltafaccia di presunti amici che hanno finito di sfruttarti, di tutte quelle situazioni di cui si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, a significare che ogni cattiva intenzione, prima o poi, si lascia smascherare.

Detto altrimenti: benché s-figurata, prima o poi la verità appare.

 

La parola “figura” deriva da “fingere”.

E “fingere” deriva da un’antica radice “dhig” che vuol dire “tastare”, “maneggiare”, “impastare”.

Alla figura non importa la realtà quale è, vuole diventare più reale della realtà, vuole impastarsi di luce e così diventare vera. E’ questa la sua massima sfida, il suo coraggio di creatura. La figura sogna la perfezione: quel misterioso equilibrio di ciò che è semplice e complesso nello stesso tempo. Vuole fingere che il vero e il reale siano la stessa cosa: forse le fate esistono davvero.

 

Sono figlia di un disegnatore. Sto in dimestichezza con le figure: in mezzo a loro mi sento più a mio agio che nella protervia e nella tracotanza del mondo reale fitto delle loro varianti meschine e ridicole, sfacciate e banali: figurine, loschi figuri e figuracce.

Per questo nel mondo ormai mi manca l’aria.

E allora fatemi tornare dentro la pulizia di un disegno.

Raccontatemelo voialtri il mondo com’è, io continuo a dormire nella raf-figura-zione perfetta ed anarchica di come dovrebbe essere.