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LA REGINA DELL'ORTO:

Giovanna Carnevale

 

per

Le Regine

 

 

                                                                                                

 

 

Su  invito di AnnaMaria Barbato Ricci, professionista vulcanica e grande mediatrice di emozioni, ho approfittato volentieri della raccolta Le Regine, prossimamente edita da Graus, per narrare di una regina anonima e dimenticata del nostro Sud: la mia bisnonna, nonna paterna di mio padre, che ho incontrato un paio di volte nel paese d'origine, Gagliato, in provincia di Catanzaro.
Accanto alla galleria delle regine autentiche, che hanno occupato i troni ufficiali del Regno Borbonico o i velluti delle case patrizie, accanto alle nobildonne di discendenza normanna o angioina, ho scelto di esaltare la mesta regalità del popolo, dell’umile donna di paese con la dignità del proprio lavoro e l’unica nobiltà del proprio ruolo di madre di famiglia.
Nel gruppo di famiglia la bisnonna Giovanna è l’ultima a destra.



Incipit:


 

Ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, insieme al marito.
Che mi ricordi, io avevo otto anni e lei, nove o dieci secoli, ovvero quasi l’eternità.
All’anagrafe doveva contare in realtà neppure un secolo, sì e no 85 anni, ma la mia sensazione era molto diversa.  Il marito appariva appena più giovane, anche se presumibilmente suo coetaneo. Ma una donna è sempre più antica di un uomo.
Vivevano in una casa immersa in quello che figli e nipoti chiamavano “l’Orto”. In realtà era un giardino, nel cuore di un piccolo paese di Calabria di quattro tetti tra le serre e lo Ionio, che la terrazza della casa scopriva in distanza, come una striscia ora cobalto, ora argento.
La mia Regina morì nel 1967, circa due anni dopo quell’ incontro di cui io ho memoria, ma che forse non fu il primo tra noi.
Qualche giorno dopo essere morta, apparve in sogno al marito indossando una camicia da notte “di luce”. Così raccontò lui, biascicando tra le lacrime. E due settimane dopo, inseguendo quella luce, morì lui pure.
Dispongo di queste informazioni, per incominciare.
E di questa foto.

Forse è il 1940 o il 1942 e la mia regina è l’ultima a destra.
La scarsa attenzione compositiva del fotografo fa sì che la linea grafica inclini verso destra: i personaggi vanno a scaletta discendente, come allineati sul ponte di una nave.
E lei, la mia Regina, è proprio l’ultima, cioè la più piccola di tutti.
Ma non è precisamente così che dovrebbero apparire le regine?
Che bisogno hanno di mostrarsi grandi, alte, maestose, di salire su troni, scranni o carrozze?
La regalità non va sprecata, o diventa subito eccesso, orpello, trivialità, snobismo, distanza.
Le vere regine sono invisibili, mimetiche, e tuttavia capaci di  lasciare segni.
Tutti i personaggi che nella foto le stanno accanto e alle spalle e in qualche modo la sovrastano quasi ignorandola, non sarebbero lì, senza di lei. Sono suoi figli e nipoti.
La Radice, la Regina, è già pronta a farsi da parte, cedendo il passo alla discendenza. E’ questa la regalità e l’eleganza che i nostri tempi non conoscono più: farsi da parte.
La foto fu scattata in occasione di un viaggio a Roma: dal profondo Sud, verso quella Roma-città -aperta che sentiva i brividi e la miseria della guerra.

 

 La Regina dell'Orto

in Le Regine di AA.VV.

prossimamente per Graus editore