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IL MURO DI DENTRO


 

 

 

Nei mesi della guerra dei Balcani e delle cosiddette operazioni di pulizia etnica mi tornavano alla mente le annotazioni di Theodor Adorno sulla impossibile sopravvivenza della poesia dopo Auschwitz. Non mi capacitavo non tanto della atrofia poetica del mondo  dopo gli orrori nazisti, quanto del fatto che orrori similari si replicassero ancora sotto altro nome, al di là di uno dei mari di casa nostra, nella tiepidezza generale. E così, in questo romanzo, ho immaginato di incontrare il mostro per eccellenza: uno degli stupratori di quella guerra, per di più mercenari, ovvero il male fine a se stesso, contaminato dal vizio. Al sicuro nella mia immaginazione, potevo praticare uno dei sogni ricorrenti dell’essere umano: sfidare il diavolo, cercare di guardarlo negli occhi. La conclusione di questo incontro immaginario è che sempre bisogna ricordarsi che il diavolo è un angelo caduto: doveva essere possibile una qualche forma di riscatto.

Giocai scientemente sull’equivoco, spacciando l’intervista per autentica, o non dichiarando apertamente che fosse immaginaria. La sfida era riportare la letteratura ad una delle sue funzioni  originarie: l'illusione.Oltre che continuare a praticare la contaminazione fra cronaca e poesia (o almeno tentarla, vista la drammatica premessa di Adorno), all’epoca cercavo un modo per misurare direttamente l’efficacia della mia scrittura. Molti caddero nella trappola e fu proprio  uno dei relatori di una presentazione di questo libro, organizzata dall’allora direttore della SEI, don Giuseppe Costa. Dovette essere proprio il disappunto per l’inganno scoperto in ritardo alla base della inattesa, sgradevole stroncatura che Montesanto operò del testo, sconcertando tutta la platea e costringendomi ad un contraddittorio nel quale la mia buona fede non ebbe bisogno di difendere se stessa e si confermò quella gratuita scortesia.


Il muro di dentro

Sei, Torino 1995