Per ascoltare invece di leggere:
Chi ha paura della foto-pittura? Io. Se chiedo a Chat Gpt di darmene una definizione la risposta è: “la foto-pittura è un tipo di pittura contemporanea in cui la fotografia funge da punto di partenza, modello o riferimento, ma l’opera finale rimane pittura autonoma. Non si tratta di copiare meccanicamente una foto. Non si limita a “colorare una fotografia”. La pittura prende la fotografia come strumento concettuale, compositivo o visivo, trasformandola attraverso il linguaggio pittorico”.
Faccio un po’ di ordine. Quando nacque la fotografia i pittori dell’epoca (i grandi neoclassici come Canova o i realisti come Courbet, Milliet o Doumier) dovettero avere un tracollo emotivo. Può darsi che qualcuno di loro cominciasse a sentirsi inutile: il realismo pittorico ormai era superato dal realismo tecnologico. C’era chi faceva ritratti o immortalava paesaggi meglio e più rapidamente di loro. Magari con meno pathos, all’epoca. Bisognava inventarsi qualcos’altro. Per semplificare aggiungerei che proprio grazie a questa novità tecnica dirompente nacque una nuova corrente artistica pittorica, l’impressionismo, che doveva enfatizzare appunto il sentimento, la vibrazione personale, la visione soggettiva delle cose. Fu dunque la fotografia, credo, che condannò l’artista a rinchiudersi piano piano e sempre di più, da allora, nella sua riserva emotiva, a perdere parte della sua funzione sociale, a relegarlo nel soggettivismo ovvero nel culto dell’ego. Ora, dopo oltre un secolo di avanguardie, sperimentazioni, contaminazioni, action painting e provocazioni varie, la pittura si è riavvicinata alla fotografia in cerca, a mio parere, di una strana e ambigua alleanza. La foto-pittura prende come punto di partenza una fotografia, si diceva.
E già cominciamo male. Già ci siamo arresi, consegnandoci a una realtà mediata cercando di riappropriarcene, mediandola al quadrato. I motivi devono essere due: o i foto-pittori hanno un conto in sospeso con la fotografia e cercano i farsi restituire quel realismo che la fotografia sottrasse loro a suo tempo, oppure non sono più capaci di leggere la realtà se non attraverso la mediazione di un congegno meccanico
La foto-pittura non è una pittura “autonoma”, come vorrebbe Chat Gpt, è semmai la mediazione di una mediazione. E’ come se il pittore guardasse la realtà con due obiettivi fotografici sovrapposti: quello che ha scattato la foto di partenza e il proprio occhio “obiettivizzato” dal tentativo di recuperare e decifrare quella foto. Ma a che scopo? Una sovrapposizione in ogni caso estraniante che duplica l’alienazione meccanica e costringe l’occhio a un triplo salto mortale! Sarebbe un po’ come dichiararsi ormai incapaci di uno sguardo vergine e puro. E’ fatale, lo so. E’ inevitabile, stante la quantità di provocazioni visive che subiamo ogni istante e non condanno certo la foto-pittura.
Mi chiedo semmai perché di fronte a un’opera di questo genere riconosco comunque la genesi fotografica. E mi chiedo che bisogno c’è di usare una foto come “strumento concettuale” per farne un’altra cosa ancora. Una bella foto non basta a se stessa? Lo so che da Photoshop in poi fino a IA ci stiamo abituando a qualsiasi violazione, deformazione, correzione etc fino al plagio. E’ la vendetta della tecnologia sulla tecnologia? Ma allora riponiamo definitivamente colori e pennelli. O abbiamo nostalgia di quando da bambini coloravamo gli albi prestampati attenti a non uscire dai bordi? (O al contrario divertendoci a imbrattare disordinatamente la foglia, il fungo, il pupazzetto in bianco e nero?) Oppure, forse abbiamo ancora bisogno di usare la mano, nostalgia di quando dovevamo essere artigiani, frequentare strenuamente una bottega, prima di sperare di diventare artisti?
Per concludere Non so se il progetto di trasformare, rielaborare, ripensare pittoricamente una foto tradisce un bisogno di riscatto “artigianale” di sapienza manuale o se (e sarebbe peggio!) rivela l’incapacità di tutti noi di guardare coi nostri occhi. Come avessimo bisogno di una flebo per nutrirci. La foto-pittura mi può divertire, ma più che altro mi insospettisce.
11 gennaio 2026
In alto: opera foto -pittorica di Gerhard Richter

Letizia Leone
La questione “colossale” che affronti, cara Laura, dello “sguardo vergine e puro” del pittore oggi si pone secondo me come sfida ontologica vera e propria. Riguarda la costituzione stessa di uomini e donne del XXI secolo, annichiliti da derivati, “Fake”, realtà virtuale, duplicazioni AI e totalmente esclusi da un rapporto diretto con la natura. L’occhio è drogato da immagini retroilluminate e seduttive di pc o telefonini, in un diluvio quotidiano di immagini. In questo senso l’opera di Gerard Richter tende a rivitalizzare la pittura attraverso lo strumento fotografico, integrandolo nella pratica manuale dell’olio, della tela e dei colori…comunque in una costante ricerca di autenticità di sguardo. Sguardo pittorico che ha subito un cambiamento da quello di un pittore ottocentesco en plen air. Sebbene i grandi realisti come Lopez Garcia ci confermino che la pittura in loco e dal vero, possa realizzare capolavori come la celeberrima veduta della Gran Via di Madrid, per esempio…
In fondo la foto come strumento pittorico risale all’utilizzo della Camera oscura. E la prima camera oscura venne detta oculus artificialis per la somiglianza del suo meccanismo con quello dell’occhio umano. Il grande rigore compositivo delle tele dei più grandi vedutisti come il Canaletto, il Bellotto o il Vermeer è dovuto anche alla modernità nell’ uso di questo strumento ottico con il quale acquisirono una precisione fotografica “ante litterem”… Ma ormai viviamo in un periodo dove l’arte è mediocrità massificata, senza ricerca di senso o duro lavoro, ma esibizione superflua e superficiale.
lauradmin
Grazie, un’analisi densa di spunti ulteriori!
Antonino D'Anna
Quando la Polaroid introdusse la SX-70, cioè le Polaroid come le conosciamo col loro formato quasi quadrato, la particolarità di questa pellicola era che scaldandola col phon e usando uno stecchino potevi contornare le figure trasformandole in una specie di acquerello. La famosa copertina del disco che Peter Gabriel ha fatto nel 1983 è una Polaroid manipolata con lo stecchino.
Allego video:
https://www.youtube.com/watch?v=NSAXit7rWjQ