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A SCUOLA DA SIMONE

Per ascoltare invece di leggere:

Quando ero piccola ascoltavo moltissima musica. (Dal vecchio giradischi, si intende!) In famiglia non c’era una particolare cultura musicale, ma i miei mi comperavano sia dischi di classica che di leggera. E poi in casa la radio era sempre accesa. Ascoltando, ho imparato ad apprezzare e a riconoscere la musica bella dalla musica meno bella, ma soprattutto ho passato anni a sognare di ballare. Vedevo con la fantasia corpi in movimento e costruivo con la mente arditissime coreografie. Un invisibile ma decisivo difetto fisico mi ha sempre inibito però qualsiasi desiderio di cimentarmi per davvero con la danza. Non ho mai osato immaginare neanche lontanamente di poter passare dal sogno alla realtà, però neppure me ne dispiacevo. Sapevo che quella cosa mi era preclusa, punto. E poi la musica: passione nell’ascoltarla, soggezione nel riprodurla e dunque anche nell’andare a tempo. Dunque danzare con l’immaginazione era quel poco-tanto di riscatto che il mio corpo poteva permettersi per sfuggire alle costrizioni di un’educazione piuttosto rigida, ai limiti fisici e a quella serie di inevitabili complessi dell’età. E così ho danzato per anni stando ferma. Da sola, classico e contemporaneo, tango e samba, rock e sulle punte: in silenzio, dando una direzione alla tempesta di flussi di energia che comunque mi restavano dentro.

All’esterno ero – e forse ancora resto – l’esatto opposto di una danzatrice. Timorosa nei movimenti oppure sgraziata, irruente oppure all’opposto goffa e letargica, fluida e immaginifica dentro, per quanto rigida e legnosa fuori. Da ragazza il mio soprannome era Silvestra Gatta Maldestra…

Finché non ho cominciato a ballare, in qualche modo. Pierluigi, origini contadine, con mamma e zie abituate agli sfrenati balli rurali sull’aia, ha ereditato il naturale addomesticamento del corpo alla musica: il primo goffo saltarello a suon di organetto l’ho ballato con lui (e con la mia frustrazione). Poi è arrivato Sandro, il primo vero maestro. Toccato da una improvvisa passione per il tango argentino, l’ha tramutata con fierezza da neofita in una breve ma intensa stagione da docente e in questa stagione mi sono imbattuta anche io, insieme a una decina di altri amici: abbiamo condiviso la scoperta del linguaggio inascoltato del corpo, che il tango argentino va a scovare e a liberare. Le disimpegnate lezioni di salsa di Alex sono state una parentesi divertente ma per me poco produttiva: complice l’avanzare dell’età, l’invisibile difetto fisico dell’infanzia è tornato a manifestarsi moltiplicandomi la frustrazione.

E infine, è arrivata l’era di Simone, pirotecnico direttore dell’Accademia “I laboratori dello Spettacolo” presso il locale “La Nuova Mamma Italia”, a Roma, in via dell’Acqua Traversa. Frequento le sue lezioni da due anni. E oggi non so come, io ballo. Restando rigida, perdendo il tempo, stancandomi quasi subito, sbagliando i passi … ma ballo! Oggi, non so come, io oggi sono dentro la musica!

Simone è un prestante “narciso” di cinquant’anni che ne dimostra dieci di meno. Cura del corpo, amore per se stesso e per i suoi amori (Stefano e cani), figlio di un eccellente maestro dal quale ha ereditato la passione per il ballo, è un trascinatore travolgente. Lo circonda uno staff di ex-allievi divenuti assistenti, la dolce e bellissima socia Roberta che ha la responsabilità del locale, una serie di collaboratori addetti a varie mansioni, ma soprattutto lo muove un irrefrenabile entusiasmo per il ballo, per ogni ballo, insieme alla capacità di inventare incontri, serate ed eventi sempre diversi e mai fine a se stessi. Ottimismo, vitalità, energia sono legati in lui da una impercettibile malinconia, che ogni tanto gli affiora nello sguardo, che sempre definisce e qualifica la sensibilità di una persona, ma anche l’intelligenza di una passione, vissuta con la consapevolezza della fatica e del sacrificio quotidiani, non come un superficiale passatempo scacciapensieri.

Simone mi ha insegnato definitivamente che ballare non si esaurisce in una determinata postura, in una sequenza di movimenti e di passi, nell’attenzione allo stile o nel rispetto del ritmo. Mi ha insegnato, ci ha insegnato e ci sta insegnando che ballare è sintonia col mondo, convergenza di energie, senso e rispetto di se stessi e degli altri, alla faccia di tutti i limiti che spesso ci autinfliggiamo. In una parola il ballo è il senso dello stare insieme. Come nel delizioso film Shall we dance? imparare a ballare può creare sintonia fra persone molto diverse, avvicinare i lontani, accompagnare i solisti e i solitari dentro una dimensione collettiva e corale.

Parafrasando una celebre frase di Alberto Savinio: davvero “quella società sarebbe perfetta, dove tutto, uomini e cose, si muovesse danzando”.

Grazie, maestro Simone, per aiutarci -danzando- a riconoscerci parti di un tutto. Io vedo tutto questo, in ciascuna delle tue professionali e insieme scanzonate, allegre lezioni.

 

30 maggio 2026

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