
Per ascoltare invece di leggere:
C’è una battuta del penultimo film di Luchino Visconti Gruppo di famiglia in un interno, straziante nella sua lucidità e insieme intrisa di una dolorosa consapevolezza: sul letto di morte del solitario Professore (l’anziano protagonista interpretato da Burt Lancaster) l’amica contessa Bianca Brumonti (Silvana Mangano) gli parla tra le lacrime della morte del suo giovane amante Konrad (Helmut Berger), che era diventato caro al Professore come un figlio adottivo:
“C’è una cosa che Konrad non ha fatto in tempo a sapere: che ce lo dimenticheremo. Era troppo giovane per avere imparato questa ennesima bruttura: che anche il dolore è labile, come tutto il resto”.
Il film, del 1974, non è tra i più popolari di un regista che di per sé era fortemente aristocratico e che tuttavia è stato acclamato per pellicole più “facili” e celebrate come Rocco e i suoi fratelli o Il Gattopardo. Eppure questo film, malinconico autoritratto forse dello stesso Visconti, celebrazione di una stagione complessa come la vecchiaia è a modo suo un elegante ritratto anche di tutta un’epoca: quei turbolenti anni settanta, densi di scontri generazionali e politici, di cui nel film, nel claustrofobico ovattamento di quel sontuoso “interno” dove si svolge l’intera vicenda, si percepisce tutta la valenza storica e civile.
C’è racchiuso, in quella amara battuta finale della contessa, il messaggio del film: la sottolineatura dell’effimero senso della vita e forse di quella stessa stagione storica a fronte di ciò che, nonostante quanto si vorrebbe far credere anche a se stessi, comunque rimane: il dolore.
Ma in che modo rimane? A intermittenza. “L’uomo è felice finché non pensa alla morte”. Non so se l’ha detto Solone, o Giacomo Leopardi o forse Albert Einstein. Uno dei tre o forse nessuno.
E capita che anche la morte – la nostra, l’altrui- venga quotidianamente dimenticata o rimossa, grazie alle faccende più banali che ci tengono impegnati. E col suo pensiero, anche la consumazione del dolore. Sicché quando perdiamo qualcuno, accade la drammatica presa di coscienza: il lutto è il promemoria della nostra stessa caducità. Oltre al dolore del distacco da chi amiamo, il dolore che prima o poi saremo noi a distaccarci da chi ci ama.
Sto perdendo una zia che per età potrebbe essere mia sorella. Quindici anni separano la sua data di nascita dalla mia, così come quindici anni separavano la data di nascita di suo fratello (mio padre) dalla sua. Tecnicamente ancora in vita, lei è già “altrove”. Davanti al suo letto e alla sua sofferenza l’angoscia è tanta. Lontano da lì, non mi capacito di quanto io venga risucchiata momento per momento da questioni talmente vane da apparire grottesche: comperare il cibo per il gatto, nascondere una ruga, mandare a quel paese o no una persona scortese. Eccetera. Il nostro dolore scompare non solo quando il lutto è stato più o meno consumato ed è passato un certo periodo di tempo tale da farci abituare a un’assenza. Il dolore scompare anche … mentre è ancora vivo! Il dolore scompare durante il dolore… Eccola, “l’ennesima bruttura”. Dimentichiamo per sopravvivere. Momento per momento la vita ha il sopravvento. Dimentichiamo non solo dopo anni, ma anche oggi stesso, attimo per attimo. Perché tutto ciò che vive ha diritto di continuare a vivere, macinando passato e legami, ricordi e sensi di colpa.
Mi ritrovo così “in corso di morte” della zia con la mia stupida quotidianità addosso come una mantellina da parrucchiere: sciocchezze che mi travolgono e mi assorbono come se non ci fosse niente altro che la loro insipida fugacità. “Chi muore giace e chi vive si dà pace”, dice la saggezza popolare. Un altro modo di dar ragione alal contessa del film di Visconti. Legge spietata esattamente come la vita. Perché tra la vita e la morte, la più coriacea, la più insensibile, la più egoista, la più cupa, quella che vince comunque è la vita. Muoiono miliardi di persone – colpevoli e innocenti, mentecatti e geni… – ma lei, con le sue piccole sciocchezze, prosegue, indifferente. Come se niente fosse.
26 ottobre 2025

Antonino D'Anna
Dicono in Calabria che la morte è “cappello che va in testa a tutti”, ed una volta al paese c’era un vecchietto che, in un giorno d’estate, uscì nel caldo del pomeriggio. “Dove andate?”, chiese una vicina: “Nésciu, ca accussì si véni ‘a morti no mi trova”, rispose lui. Esco, così se verrà la morte non mi troverà.
Fin dal primo momento che nasciamo siamo intrisi di morte e la nera signora ci accompagna. Qualcuno prova a beffarla correndo veloce con la macchina o in motocicletta e sono una razza a parte come Tazio Nuvolari, perché cercano di rubare un secondo in più ad un orologio col nostro nome che è da qualche parte e forse nessuna, ed è fermo ad un preciso giorno ed una precisa ora che a noi appartiene. Ma in realtà tutti noi cerchiamo ogni giorno, furiosamente, di allontanare quell’orologio non pensandoci mai: la verità è che non dovremmo averne paura, molto semplicemente, perché è solo la vita guardata dall’altro lato e voglio vederla con speranza. Certo, la paura del buio, del nulla, del niente mi attanaglia: ma è tutto troppo bello, nella vita, per pensare che finisca tutto qua ad una certa ora.
E allora la vita va avanti, sì: crudelmente, a volte, volgarmente quando uno pensa che una vita si spegne e resta da pagare la bolletta della luce. Ma non dobbiamo farcene scrupolo. E’ cappello che va in testa a tutti, come a dire che si muore così, semplicemente. E non c’è da averne né paura né imbarazzo per noi che per adesso restiamo qua.
Qualche giorno fa c’era Renato Zero, in un’intervista: ora che ho tutti i miei cari dall’altro lato, diceva, non vedo l’ora di andare pure io di là. E quando salgo sul palco sento tutti loro dirmi “Renatì, fagli vedere chi sei”. Manco a noi mancano i supporters, di là. Un abbraccio alla zia, con infinito affetto e speranza. E uno a te.
lauradmin
Grazie infinite, Antonino, per il tuo abbraccio e la tua speranza. E’ vero, il pensiero che siano in tanti di là ci consola. Hai ragione: la morte è solo la vita “guardata dall’altro lato”.