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La settimana scorsa sono stata deportata su una nave da crociera. Taccio sulla destinazione per carità di patria, era una meta troppo turistica di cui ho vergogna, per svariate ragioni. Tuttavia ho dovuto lasciarmi trasportare controvoglia per un impegno preso e anche per una specie di sfida con me stessa: volevo testare la mia resistenza in condizioni estreme al limite della sopravvivenza. Sì, lo so che nell’immaginario popolare la crociera non ha nulla a che vedere con le condizioni estreme, tutto al contrario. Per me sì e cercherò di spiegarne le ragioni.
Innanzitutto sono consapevole di essere stata politically ULTRAscorrect avendo usato il verbo “deportare” che credo sia diventato appannaggio esclusivo di un certo capitolo di storia. Nessuno si senta offeso, e si anestetizzino i nervi scoperti. Di deportazioni la storia ne ha conosciute tante, non quell’unica che viene prevalentemente ricordata. Ma io vado anche oltre: sono convinta che ai nostri giorni, nel mondo cosiddetto civile, siano in corso rutilanti deportazioni ben mimetizzate, le cui vittime non sono minimamente consapevoli della loro sorte.
Tanto per incominciare, chi si avventura su una nave da crociera, così come chi si dispone semplicemente a un viaggio aereo, o alla visita di un famoso museo o monumento o all’ingresso dentro un noto locale o in uno stadio per una partita o un concerto, sa che dovrà comunque affrontare una coda o una serie di code, corrispondenti ad altrettanti varchi o controlli. Per entrare, per farsi riconoscere o accreditare, per depositare un bagaglio, per avere in mano un biglietto di accesso, insomma per poter dire “io c’ero”.
E’ così che inizia la crociera: con la coda per salire a bordo. In fila per uno, lemmi lemmi e pazientissimi in attesa di accedere al presunto regno delle meraviglie, oppure smaniosi e rancorosi gli uni contro gli altri, ci muoviamo come un sol uomo. O un solo millepiedi. Visti da lontano, siamo solo una teoria di anime impazientemente o mestamente incolonnate sotto il sole, in tutto uguali a teorie analoghe in paziente attesa di salire sul mastodonte accanto al nostro: altra nave, altra crociera, altre file, altre anime, stessa smania alternata ad analoga mestizia. Perché in alcuni c’è proprio mestizia, non la tipica esultanza di chi sta per iniziare una vacanza che immagina eccitante e indimenticabile: c’è una rassegnazione che tradisce forse, in qualcuno, il vago e lucido timore che tutto è vanità e che, dopo, tutto tornerà come prima.
Qualcuno ricorda le incisioni di Gustav Dorè della Divina Commedia? Io non posso dimenticarne una, l’illustrazione del canto 18 del Purgatorio che raffigura l’ascesa degli accidiosi. Smaniosi di arrivare, si accalcano alle spalle di Dante e restano comunque una processione di anime in pena. Non sanno quanto tempo impiegheranno per arrivare in cima, per scontare la loro pena, per conquistare la meta… E tuttavia, vincendo la loro accidia, vanno. Non hanno scelta.
Accanto a questo ricordo visivo, non posso ovviamente non evocarne un altro: le processioni dei deportati per eccellenza del XX secolo, destinati a ben altra crociera rispetto alle nostre nei mari del sud o nelle isole coralline. Sarà davvero il mio un pensiero blasfemo, quello di accostare i flussi dei deportati nei lager e nei gulag ai flussi di noi turisti spensieratamente incolonnati? I primi destinati a sevizie, torture e a morte, i secondi, volontaristicamente intenzionati a godere le delizie di un viaggio programmato e desiderato?
Tuttavia fra i tre cortei (le anime del Purgatorio, le vittime dei lager o dei gulag e le code di turisti) torna a turbarmi qualcosa di sinistramente comune: in tutti e tre i casi gli individui si perdono in una indistinta marmellata umana senza volto (o con un volto unico, quello dell’accidiosa attesa priva di pensiero) in una attesa spersonsalizzante, che prelude a punizione o a tortura o che è anticamera di quel niente che ogni allegra vacanza rappresenta. Anche stare in coda perché il divertimento inizi, conferma che il premio tanto atteso impone infatti una sospensione, una fase di annullamento di se stessi.
La parola “deportazione” sembra ridurre le persone a cose, rendendole “portabili” o “spostabili” come oggetti da un punto a un altro, deprivate di reale volontà. E che i turisti possano vantare in realtà l’ iniziale intenzione relativa alla destinazione del viaggio (Caraibi, Seychelles o Canarie) non li mette al riparo dal loro destino di pellegrini inconsapevoli o di anime in pena, dal momento che del viaggio hanno potuto decidere solo la seducente destinazione finale, ma che sono del tutto irresponsabili del percorso, affidato in ogni caso ad altri. E se è vero che del viaggio la cosa più importante non è la meta ma l’andare, ecco che i turisti possono vantare disorientamento analogo a quello delle anime del purgatorio o dei deportati veri.
Con in più, rispetto a questi, l’incoscienza di tale disorientamento, l’inconsapevolezza della dissociazione fra sé e il proprio andare.
In questo senso la stagione del turismo di massa ha inaugurato la perversa stagione delle deportazioni volontarie: crediamo di sapere dove andare – e di desiderare di andarci – ma alla fine non sapremo dire come ci saremo arrivati e come ne saremo tornati. Questo andare inconsapevole , pur di andare, è il perfetto ritratto dell’umanità contemporanea. Il bisogno di sempre nuovi obiettivi, sempre più attrattivi ed esotici, non ci consolerà mai a sufficienza dell’incertezza del percorso.
7 febbraio 2026
