Per ascoltare invece di leggere:
Ero la figlia di Michelangelo. Anche la figlia del commissario Spada. Ho vari padri, anche in altri campi, ma gestire l’eredità artistica del mio padre biologico Gianni De Luca ha qualcosa di incongruente e di anacronistico. Dallo Shakespeare a fumetti all’Armadillo di Zerocalcare, andata e ritorno: oggi è un percorso possibile? La sensazione è un po’ quella di far dialogare per l’appunto uno dei Profeti della Cappella Sistina con un (peraltro degnissimo) murales di protesta.
Mi chiedono continuamente opere originali di mio padre: per esporle, per pubblicarle, per acquistarle. A questo scopo mi blandiscono, mi accarezzano, mi seducono… Si tratta in genere di direttori di musei, di ex lettori entusiasti e nostalgici, di critici documentatissimi, di gestori di manifestazioni molto popolari, infine di famelici collezionisti. Io sono quasi sempre disponibile e grata del fatto che altri perpetuino l’interesse verso l’arte di mio padre, che sembra inesauribile e del cui successo senza tempo mi stupisco io stessa… Ma se provo a prendere l’iniziativa io, divento una marziana piovuta per sbaglio sulla terra. Una straniera in patria.
Ci ho provato varie volte, e sempre con risultati discutibili. Di due libri su di lui non si è accorto quasi nessuno dei suoi esaltati estimatori, né ne è scaturita alcuna svolta critica nella storia del fumetto o occasione di discussione. E dire che di spunti ce n’erano. Il mio tentativo -effettivamente temerario se non sconsiderato – di tokenizzare alcune sue opere à morto prima di nascere. Checché se ne dica, il fumetto sembra avere ben poco a che fare con la nuove, anzi nuovissime tecnologie, anche se la maggior parte degli autori di oggi disegna col computer. Infine, più recentemente, una serie di incontri nel suo studio, per parlare non tanto di lui (non sono la figlia devota che vuole erigere un monumento al genitore), quanto per mettere a disposizione i suoi spazi e le sue opere al fine di generare un confronto attuale con i giovani autori, ha avuto tiepidissima accoglienza. A parte le ottime intenzioni della Scuola Romana dei Fumetti (grazie a Stefano Santarelli) che specie all’inizio ha sostenuto l’iniziativa sensibilizzando i suoi studenti, a parte la disponibilità dei prestigiosissimi relatori, per il resto il tentativo non sembra aver sollevato particolare interesse: i partecipanti si sono fatti sempre meno numerosi e sempre meno reattivi agli argomenti messi sul piatto (fumetto e storia, fumetto e teatro, fumetto e attualità e politica e satira, fumetto e resto del mondo)…
Siamo sicuri che Michelangelo redivivo avrebbe ancora ancora un qualche appeal per i turisti che in Cappella Sistina vogliono solo scattare selfie o poter dire di avere posato gli occhi sui quei soffitti? Forse c’è qualcosa di stonato e di fuori tempo nel tentativo di far dialogare un artista “classico” col tempo presente. A Michelangelo non importa un tubo di dialogare coi vari “presenti” che si sono succeduti dopo di lui, gli basta dialogare solo con se stesso. Ma io che ho le chiavi della Cappella Sistina, che faccio? Apro e chiudo a richiesta di chiunque voglia entrare, basta che entrino? La responsabilità di un patrimonio artistico, sia pure di un semplice fumettaro, comporta la responsabilità di porsi delle domande e di porle anche a editori, direttori di manifestazioni e di musei, cultori della materia e appassionati. E allora comincio subito: ha senso riproporre oggi un autore così lontano dalla sensibilità attuale come Gianni De Luca? Ammesso che abbia fatto scuola, non sarà che i giovani lo guardano con troppa reverente distanza? E se è così, ha senso che io continui a rendere pubbliche le sue opere, acconsentendo a pubblicazioni, mostre e ristampe, come che sia? E un’altra domanda ancora: il mondo odierno del fumetto ( e mi si perdoni la generalizzazione) – di cui alcuni lamentano l’esclusione dalla cultura ufficiale, cioè la sua riduzione a un hobby da fanzinari – è pronto a dialogare davvero col resto del mondo? O resta un universo un po’ appartato, autoreferenziale, di nicchia? Mentre pongo queste domande, mi rendo però conto che anche io rimango un soggetto appartato, autoreferenziale e “di nicchia”. D’altra parte è inevitabile, essendo io “figlia di”. Ciononostante, resto in attesa di risposte.
19 maggio 2026

Pier Giuseppe Barbero
Ciao Laura.
Io non conosco a sufficienza il mondo del fumetto per poter esprimere un giudizio in merito al fatto di essere un settore “di nicchia”. Certo i lettori non mancano (tuttavia credo siano in graduale e costante diminuzione), ma probabilmente la gran parte ne fruisce passivamente, come passatempo, senza sentire la necessità di approfondirne le implicazioni.
Ritengo però di potermi sbilanciare su Gianni De Luca. Lui è di “nicchia”?
Eh sì, certamente. Ripeto cose già dette da ben altri suoi conoscitori e critici di settore, ma il fatto di aver lavorato in àmbito cattolico lo ha posto in secondo piano.
E per parte sua non ha mai voluto “esporsi”, preferendo un quieto lavorare ed evitando iniziative di autopromozione.
Da qui un certo oblio.
Ritengo sia percepito da chi lo conosce superficialmente come un bravo “artigiano”, e non un “artista” quale è stato.
I suoi lavori più noti (e, mi spiace dirlo, gli unici a esserlo) sono il Commissario Spada e la trilogia di Shakespeare.
Ma il primo è strettamente legato a stili di vita e avvenimenti risalenti a 50 anni fa, e quindi hanno poco o nullo “appeal” sulle generazioni attuali di lettori “generalisti”.
Il secondo è un capolavoro che non mi stanco mai di ammirare, ma credo che i giovani possano esserne disinteressati in quanto riferito a dei classici di letteratura ritenuta”dotta”, e noiosa… (naturalmente vi sono eccezioni, ma sono per l’appunto tali).
Vale la pena che tu continui a promuovere l’opera di tuo padre?
Certo! Se è ristampato da varie case editrici, se ti chiedono tavole per mostre, se ti chiedono addirittura di acquistarle, è proprio perché tu continui a tenere alto e ben presente a tutti il suo nome!
lauradmin
Ciao “Beppe” e grazie. In realtà io chiedevo tutta un’altra cosa. Non se mio padre fosse o meno “di nicchia”, ma se tutto il fumetto non sia in realtà un linguaggio per pochi appassionati ovvero se in certe manifestazioni oggi al contrario molto, troppo popolari abbia senso che io acconsenta ANCORA a esporre opere di mio padre. “Artigiano” non glielo ha mai detto nessuno, in realtà. O non lo conoscono oppure lo esaltano come un Michelangelo. Il mio interrogarmi era sulla opportunità o meno di parlare ancora di lui in un mondo , quello del fumetto -che sia di nicchia o meno- che oramai va da tutt’altra parte (dove, non l’ho ancora capito bene ed è parte della domanda). Tu mi incoraggi a continuare a promuovere in ogni caso l’opera di mio padre, ma dipende dal fatto che sei di parte. E di nicchia pure tu!