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ESSERE DONNA

Per ascoltare invece di leggere

Ho un vaghissimo ricordo  di quando -avrò avuto tre anni, forse anche meno – mi avvisarono del fatto che ero femmina e non maschio. Da sola non ci ero arrivata. Ricordo un certo disappunto, che certamente non era basato su ultra-precoci, improbabili pretese di genere, quanto sull’acquisita certezza che essere una certa cosa mi precludeva la possibilità di essere anche l’altra. Probabilmente, se fossi nata maschio, quando mi avessero avvisato del mio sesso, avrei provato lo stesso fastidio. Da bambini ci sentiamo onnipotenti: venire a sapere che appartenere a un insieme ci impedisce di appartenere a tutti gli altri può generare frustrazione. O forse, impercettibilmente, avvertivo nell’essere femmina una qualche menomazione, inconsciamente trasmessa dal pensiero inconsciamente maschista di mio padre e mia madre.

A parte l’iniziale sgomento, non ho mai sofferto del mio sesso. In compenso, in occasione della prima maternità, ho ricevuto un’inattesa illuminazione sulla biologia femminile e non solo. Lo riferisco con buona pace di Simone de Beuavoir che in Il secondo sesso manifestava la sua avversione nei confronti della biologia, a suo parere assimilabile in certi casi a una ideologia totalitaria, in quanto obbligherebbe le donne ad assumere un determinato ruolo e a subire passivamente un determinato destino, quello della procreazione.

Io ho procreato due volte e non mi sono mai sentita vittima di alcuna ideologia totalitaria. Né ho mai inteso la biologia o il biologismo come una condanna senza appello. Magari al contrario.

Quando mio figlio aveva pochi mesi cominciai a domandarmi come fosse stato possibile che me tramite, tramite il mio piccolo e insignificante corpo, si fosse generata un’altra vita. Non stavo certo vivendo lo stupido orgoglio della puerpera che presume di aver compiuto chissà quale eccezionale impresa, al contrario non mi spiegavo come fosse possibile che io, proprio io, questo misero individuo qui, fossi stata coinvolta in un meccanismo tanto superiore a tutti noi. Non me ne sentivo né protagonista né vittima, semmai indegna parte in causa. Essere femmina mi apparve per alcuni giorni l’occasione per capire di essere parte dell’umanità. Perché Simone de Beauvoir ha ritenuto questo coinvolgimento una violenza politica di tipo totalitario? A me si palesò, in quei giorni, la miracolosa intuizione di far parte di un insieme: provai inadeguatezza e insieme stupore e insieme gratitudine per essere coinvolta in un progetto più grande delle mie misere vicende individuali, delle mie viscere, delle mie cellule etc.

Temo che questa potenza che ci sovrasta tutti – uomini e donne – non sia oggi compresa, e dunque fuggita. Le varie Simone de Beauvoir non hanno tutti i torti: qualcosa in tutto questo fa paura, ma non perché nella biologia sia nascosto il fantasma di Hitler, quanto perché quando nasce un bambino dovremmo accettare di essere tutti dei tramite di ben altro, di non aver deciso nulla, e soprattutto di non essere diventati proprietari di nessuno, di non poter vantare diritti. Forse fu solo un rigurgito di individualismo intellettuale a far ingrifare la signora Sartre sul tema della procreazione. La procreazione ci conferma che noi individui non bastiamo. Qualcosa ci supera, ci usa e ci oltrepassa. Conviene farsene una ragione.

 

11 febbraio 2026

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