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FARE DOMANDE

Per ascoltare invece di leggere:

Intelligenza artificiale. Ormai è un ritornello, un mantra, un rosario contemporaneo. Se non la nomini o non la pensi almeno una volta al giorno sei del Medioevo, sei fuori, non fai parte di questo pianeta. Mi ha già stufata. A riguardo siamo ancora nella fase dell’eccitazione da parvenues: come quelli che usano l’auto nuova anche per fare cento metri e andare dal tabaccaio. Devono esibirsi a bordo del bolide per dimostrare di essere capaci di guidarlo, per mostrarlo in tutto il suo splendore etc.

Ovviamente come già per Internet, per la televisione, per i fumetti, per il cinema… ci sono quelli che si eccitano e ci sono quelli che gridano allo scandalo o lanciano l’allarme sulle possibili catastrofiche conseguenze per la nostra autonomia di pensiero.

Sarà quello che sarà e non faccio previsioni. Forse finirà come in 2001 Odissea nello Spazio e dovremo difenderci da un computer di bordo impazzito o forse no. Io oggi l’Intelligenza Artificiale la prendo per quello che è: un’opera dell’uomo -perché è un’opera dell’uomo-  mediamente utile se usata con discernimento (per questo dovremo lavorare), ma utilissima soprattutto per un piccolo particolare sul quale non mi sembra sia stata posta sufficiente attenzione: affinché possa funzionare al meglio, elaborare dati, offrirci documentazione, soddisfare le nostre più svariate nostre curiosità è necessario porle le domande giuste.

L’I.A. ci impone dunque di imparare a fare domande. Il che non è per niente scontato. Diciamo meglio che ci insegna a fare domande. Fare domande è un’arte. Lo affermo, con cognizione di causa, da giornalista, che ha per anni stilato minuziose scalette di interviste, ovvero elenchi di domande, anche le più improbabili: le domande sono il bagaglio di base del cronista perché rappresentano la prova della sua sincera curiosità professionale, la sua dimestichezza con l’esercizio del dubbio, con la pratica del sospetto.

C’è una fase della vita in cui non facciamo altro che domandare: da bambini. E difatti le domande infantili restano leggendarie, anche comiche, oltre che definitive e spesso senza risposta: perché il cielo è blu? Perché il cane muove la coda? Dove vanno i morti? Eccetera.

Pian piano, crescendo, ci stanchiamo di fare domande. Forse ci rassegniamo al fatto che manchino le risposte, forse ci lasciamo bastare risposte di comodo e convenzionali. Insomma smettiamo di pensare. Piuttosto diffondiamo pretese, reclamiamo diritti, vantiamo bisogni, gridiamo le più disparate esigenze… Insomma pretendiamo, spesso ottusamente, più che domandare con cognizione di causa. Invece, solo a domande ben poste e ben circoscritte potranno darsi risposte coerenti e produttive.

E se l’I.A. ci rimettesse in contatto con questa parte originaria e autentica della nostra intelligenza, che non si accontenta di spiegazioni superficiali ma si ostina a esercitare il pensiero? Se l’I.A. ci ricordasse quello che avevamo dimenticato, ovvero che siamo umani, troppo umani?

Anche questa è una domanda. Invece di spaventarci dell’I.A., poniamogliela!

 

 

8 febbraio 2026

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