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FEMMINICIDIO SECONDA PUNTATA

In genere scrivo di tutto, anche dei massimi sistemi, ma come ho scritto di femminicidio citando Vannacci, è piovuta una insolita valanga di commenti, anche da chi solitamente mi ignora. Segno che l’argomento stimola il manicheismo insito nel nostro modo di pensare (o di non pensare). Ci sono temi facili e temi meno appariscenti, più impegnativi. Questo è un tema che automaticamente ravviva il confronto.

Le obiezioni che ho ricevuto sono divisibili in due gruppi: giuridiche e culturali.

Giuridiche: il codice già prevede un variegato campionario di omicidi specifici, con diversi gradi di aggravanti. C’è chi me ne ha elencati almeno undici e pare che la lista sia ancora più lunga. Il femminicidio si è semplicemente aggiunto a questo campionario contenente diverse sfumature di colpevolezza. Di che ti stupisci? Il codice non fa che fotografare un problema sociale cercando di regolarlo. Forse il legislatore avrebbe potuto farsi bastare il delitto per futili motivi ma in questo modo si è cercato di circoscrivere meglio un fenomeno specifico.

Culturali: introdurre il reato di femminicidio è un atto simbolico (io direi politico, ci sono le parole, usiamole) perché va a colpire l’uccisione di una donna in quanto non più rispondente alla logica cosiddetta patriarcale, non più sottomessa agli istinti possessori del maschio. Quindi si fa il processo alle intenzioni dell’omicida. Le intenzioni sono più gravi dell’atto in sé.

Ringrazio per le sottili e generose argomentazioni, ma io, come donna, continuo a sentirmi a disagio. E ancora non capisco bene il perché. Aiutatemi. Non so quanto l’introduzione “simbolica” del reato di femminicidio servirà di fatto a diminuire i femminicidi o a esautorare la cultura cosiddetta patriarcale. Si dirà che intanto è un primo passo, dunque perché escluderlo? Credo perché questo atto cosiddetto simbolico scaraventa a gamba tesa (tra squilli di tromba e plauso planetario) il “pubblico” nel “privato” e sancisce il fallimento della scuola, della cultura, dei consultori, dell’assistenza psichiatrica, della tradizione, delle raccomandazioni della mamma, dei consigli della nonna etc etc etc nei confronti di chi ha a disposizione solo la violenza per gestire le relazioni umane. Abolire il delitto d’onore fu una conseguenza naturale di usi sociali ormai superati: era inattuale essere scusati per avere sparato alla moglie fedifraga. Una norma anacronistica che a ragione fu espunta dal codice. Oggi stiamo cercando di compiere il percorso inverso: invochiamo per legge qualcosa che di fatto ancora non esiste, sperando che, una volta scritto nero su bianco, il principio venga osservato. Mi sembrano i puerili buoni propositi di capodanno: se me li scrivo nell’ordine avrò più probabilità di ossevarli. Ma pur sancito da tutti i codici di questo mondo, il rispetto per una donna che vuole e deve essere libera, non sarà mai messo in pratica fino a che non si agirà sull’educazione e sulle coscienze. La legge – invocata, esaltata e pubblicizzata – non renderà una donna automaticamente più libera, tanto meno farà rinsavire il maschio violento. 

Forse il mio disagio deriva dall’ipocrisia che annuso in questi sia pur lodevoli sforzi di proteggere certe infelici. Forse vorrei che tutte fossimo in grado di proteggerci veramente da sole. Forse per questo la norma in questione mi suona ancora più patriarcale della bieca mentalità maschista che vorrebbe automaticamente bastonare, delegando a un codice ciò che potrebbe e dovrebbe avvenire solo nel silenzio della coscienza di ciascuno. Senza contare la strisciante polarizzazione maschio/femmina che in certi ambienti va sempre più colorandosi di assurda contrapposizione politica: maschio sempre padrone e carnefice, femmina sempre oggetto e vittima. Oggi ci sono uomini che hanno paura di fare un complimento a una donna… Ma perfavore.

16 giugno 2026

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