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FINE DEI GIOCHI

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La cosa più triste è che anche i giovani invecchiano. Io sono diventata giovane a quarant’anni, appena in tempo, incontrando un piccolo gruppo di musicisti pieni di belle speranze, molto più giovani di me. Ho rubato il loro candore, la loro strana verginità che mi ha fatto ritrovare la mia. Non credo si siano accorti del furto. Hanno pensato di avere rubato qualcosa a me. Invece il bottino maggiore l’ho intascato io: devo a loro una eccezionale stagione creativa, piena di entusiasmi, di slanci, di contagi, di pazzie e di idee.

Avevo delle zie molto giovani, poco più grandi di me, che quando ero bambina mi hanno viziata come la loro sorella minore, inventando per me giochi di tutti i colori.

Oggi i ragazzi sono diventati adulti (figli, case, matrimoni, lavori più o meno sicuri…) e le zie sono invecchiate o morte. La giovinezza è uno status instabile, quando non equivoco. Fa rima con illusione, altera tutte le prospettive, ha un sinistro sapore di immortalità che da principio sembra dolce e poi diventa amaro.

La giovinezza è amara, specie quando ti passa davanti e ti conduce a fare passi avanti con leggerezza spingendoti verso precipizi dai quali poi a fatica si risale. E se anche io riuscissi per caso a non invecchiare mai, alla fine è il mondo che non può nascondermi le sue rughe, i suoi strati di lave solidificate, passioni dimenticate, ruderi di civiltà e di amori, reperti sepolti di doni non donati, lettere non spedite, parole ammuffite nella gola.

Poi, in mezzo a tutta questa vecchiaia di giorni e di millenni, passa una ragazza che mi sembra me, si volta e mi fa una specie di occhiolino. Nel giardino di un mio amico – sono sicura – ha appena colto un melograno, che è rosso come le sue labbra rosse, beata lei.

 

21 ottobre 2025

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