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I MAESTRI CHE NON VORREI

Per ascoltare invece di leggere:

Si sono riaperte le scuole, parliamo di scuola. La scuola secondo il cinema e la televisione. Ho visto di recente su Raiplay la serie Un professore, starguest Alessandro Gassman, su segnalazione di un’amica. (Serie andata in onda qualche anno fa e che toernerà in novembre con la quarta stagione). Protagonista un insegnante di filosofia con vocazione di psicoterapeuta, che non si limita a insegnare la sua materia, ma entra nelle vite dei ragazzi, nei piccoli-grandi drammi adolescenziali utilizzando la sua materia come psicoterapia: per ogni circostanza c’è un filosofo a dare la risposta e il suggerimento giusti. Ottimo sistema per fare lezione in modo concreto, incarnando nella vita di ogni giorno le tesi spesso fumose della storia del pensiero occidentale. Il professore di questa serie mi ha fatto venire in mente un’altra creatura della fiction Rai, il protagonista di La classe degli asini, interpretato da Flavio Insinna: illuminato professore di scuola media che incoraggia l’inclusività, contribuendo, agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, alla abolizione delle classi differenziali per ragazzi “difficili”. E come non pensare al Robin Williams di L’attimo fuggente, regia di Peter Weir, in cui dà corpo e voce a un professore decisamente fuori dagli schemi che rivoluziona il pesante clima accademico di un collegio americano degli anni cinquanta, riuscendo a contagiare i suoi allievi alla bellezza e al senso della poesia con metodi decisamente rivoluzionari. Che cosa hanno in comune questi tre docenti?  Sistemi educativi inediti e innovativi ma anche un certo cliché che definirei il conformismo dell’anticonformismo. In tutte queste opere citate c’è la contrapposizione convenzionale con docenti vecchio stile puntualmente presentati come antipatici e ottusi. Inoltre tutti e tre questi insegnanti pensano, agiscono, parlano, insegnano costantemente sopra le righe: dal sedersi sulla cattedra al salire in piedi sui banchi, i loro gesti provocatori e dichiaratamente di rottura causano negli allievi e negli spettatori una catena di inevitabili, piccoli schock. Ma è davvero necessario essere sconvolti per imparare qualcosa? E cosa mi dovrebbe sconvolgere in realtà? Un professore che sale sul banco o la meraviglia di una formula chimica ben spiegata?

C’è chi ha definito L’attimo fuggente uno dei migliori film di tutto il XX secolo. Io lo trovo irritante. Tutte le volte che ho cercato di rivederlo per accertarmi che fosse colpa mia il non essere riuscita ad apprezzare questo capolavoro ho avuto la conferma alla prima impressione. Sarà davvero un mio limite?

Tiro la linea: per “risvegliare” le giovani generazioni al senso della poesia, alla vitalità della filosofia o della matematica, all’importanza e alla bellezza dello studio, è proprio necessario travestirsi da sovversivi? Per rinnovare le vecchie regole di una scuola ferma a un secolo fa, è proprio necessario assumere atteggiamenti e linguaggi presunti “giovanili”? Che pessimo aggettivo, che porta in sé l’ammissione di colpa della propria vetustà, il bisogno di farsi perdonare di essere un professore, e dunque l’implicita concezione che si ha della vetustà del ruolo. Ma non è il ruolo ad essere vecchio, quanto la scarsa fiducia che si ha nelle discipline che si insegnano, forse. Certo che bisogna saper parlare ai ragazzi, col loro linguaggio, ma non travestendosi da ragazzi. A volte questi tentativi risultano patetici. Un professore non può avere vocazione da saltimbanco. Casomai da interprete, da traduttore, da traghettatore: mettendosi all’umile servizio della propria disciplina.

Non voglio insegnare agli insegnanti, che affogano in una marea di problematiche, lo so. Sto cercando di descrivere l’insegnante – anzi il maestro – di cui avrei bisogno io, ancora oggi che ho chiuso con la scuola ormai cinquant’anni fa. Avrei bisogno di una guida autorevole, equilibrata, non di uno che faccia il simpatico per farmi digerire fisica o latino. Avrei bisogno di una voce pacata che lasci parlare la materia di cui parla. Cerco l’impossibile? Forse sì. Tenendo conto che in maggioranza gli insegnanti di oggi patiscono una quantità di frustrazioni pratiche, amministrative, logistiche etc etc. Peccato. Gli antichi greci avevano maestri come Socrate, Platone, Aristotele. Noi oggi , nel caso li avessimo, non li riconosceremmo, riusciremmo a sommergerli di burocrazia. L’importante è che, se esistono, si facciano riconoscere dai ragazzi, e che parlando, li ascoltino. Che insegnando loro, da loro apprendano.

 

16 settembre 2025

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