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IL DOLORE DEGLI ALTRI

Ci sono persone che notte e giorno assistono altre persone. Vite votate ad altre vite. Vite piene dedicate a vite apparentemente “vuote”. Persone sane e in forza che si dedicano quotidianamente, senza soluzione di continuità, a persone malate e fragili. Altrimenti dette inutili, se non gravose per la società. Questo compito immane, paradossale e sacro, viene spesso affidato a docili mercenarie dell’assistenza, preziose badanti provenienti da paesi disastrati o poveri, dove la cura della persona non è ancora delegata al di fuori della famiglia, dove il consumo, il reddito, la rendita economica non condizionano ogni valutazione del nostro essere e del nostro agire. Forse non è un caso che noi si cerchi all’estero la soluzione di un problema che vorremmo ci restasse straniero.

Ma ci sono anche madri, padri, figli,  sorelle, fratelli, mariti o mogli che si dedicano in prima persona all’assistenza dei propri cari. Senza aiuti, deleghe o mediazioni. Amore che si tramuta in gesti e fatiche quotidiane, azioni umilissime e importanti, che richiedono tempo, attenzione, consapevolezza e grazia. (Nel doppio senso di gentilezza e di sostegno proveniente dall’alto). Questi sacrifici a volte neppure trapelano all’esterno, sembrano non condizionare più di tanto le vite di questi angeli serenamente votati all’infermeria domestica.

Propongo a un’amica, madre di un giovane tetraplegico, di vederci per un caffè. Disponibile e allegra, risponde sempre con entusiasmo, organizza spesso lei stessa incontri e cene anche con altri amici. Come se niente fosse, come se la sua vita non fosse segnata. L’altro giorno, a un appuntamento rinviato da parte mia, risponde: “Non preoccuparti, sono due giorni, anzi due notti che non dormo per assistere C. (il figlio) che ha tanti dolori. Sono distrutta. Ci vedremo un altro giorno”.

Se fossimo state una di fronte all’altra l’avrei abbracciata. E non per consolarla dei suoi dolori (dei dolori del figlio che sono anche i suoi dolori o delle sue notti insonni), ma per ringraziarla di quel “un altro giorno”. Che non era un banale rinvio, ma la promessa di non cedere, di esserci sempre, di non isolarsi mai, di continuare a sorridermi, a sorridere al mondo. Ho immaginato la bambina che era, quando giocava con le bambole e sognava una vita sua, una famiglia con tanti bambini da portare al parco, a sciare, in vacanza, con cui correre in riva al mare. Di getto, stavo per rispondere così  al suo messaggio: “Andrà meglio domani. Sogno per te una ninna come quando eri bambina”. Stavo per calarci dentro tutta la mia tenerezza, ma mi sono fermata in tempo, perché mi sono accorta quanto la solidarietà può tramutarsi inconsapevolmente in cinismo: quando la mia amica potrà permettersi un sonno filato come quelli dell’infanzia sarà perché questo amatissimo figlio non ci sarà più.

E allora va bene così, mi sono detta. Continua a svegliarti dieci volte per notte, continua ad esserci per lui e anche per me, per tutti gli altri che ti vogliono bene, a cui il tuo sacrificio insegna più di mille teorie. Per condividere la sofferenza ci vuole una specie di bisturi. Com-patire è naturale e anche arduo, perché non c’è niente di più intoccabile e sacro del dolore degli altri.

“Chi ti vuole bene conosce quattro cose di te: il dolore dietro al tuo sorriso, l’amore dietro alla tua rabbia, le ragioni del tuo silenzio, e dove soffri il solletico” dice Snoopy.

(Dedicato a P.V.)

23 novembre 2022

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