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IL FASCINO DEL QUADRATO

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Rettangolo o quadrato? Quadrato, senza dubbio. E’ così rassicurante, stabile, armonioso. Quasi non ti accorgi degli spigoli. Nel rettangolo invece c’è qualcosa di arrogante, di noioso. Eppure, orizzontale ricorderebbe un letto, evocherebbe riposo. Verticale? Un grattacielo. Forse è in questo la sua stranezza: un rettangolo è una creatura ambigua, che suggerisce emozioni agli antipodi. Dunque riposiamoci piuttosto dentro il quadrato, così garbato nella sua pretesa di quadrare il cerchio, di inglobare la perfezione.

Sarebbe la pretesa degli intellettualisti, in realtà: razionalizzare il cielo, l’infinito, il profumo del basilico. Eccetera. Una pretesa odiosa, arrogante e soprattutto inutile. Ciononostante, il quadrato non è mai antipatico. Come se quella pretesa non fosse esattamente la sua. Come se lo usassero, suo malgrado, per spiegare la perfezione, per provare l’esistenza di Dio.

Amo il quadrato. Nella scacchiera, nella tavola pitagorica, nelle parole crociate, nei dadi, nei dipinti di Klee, Mondrian o Rothko, nel vecchio tavolo di cucina che se proprio ci tieni si allunga, grazie a “protesi” di falegnameria, fino a diventare un rettangolo, quelle sere che a cena siamo in tanti.

Anche tra noi persone ci sono quadrati e rettangoli. Persone sempre in perfetto equilibrio…  equilatero (beate loro!) e persone che invece a questo equilibrio ambirebbero. Invano. Haivoglia gli uomini rettangolo a sperare di poter allungare ( o accorciare) due dei propri lati fino a raggiungere gli altri due: non ci riusciranno mai. Le persone equilatere non hanno la minima idea di che cosa significhi questa pretesa e quanta sofferenza, invidia, frustrazione comporti: per loro l’equilibrio è innato. Le guardi e ti viene il buon umore, la pace interiore, il sorriso.

Poi, va detto, ci sono anche le menti quadrate. O piuttosto squadrate. E da quelle ci salvi Iddio. Che del quadrato hanno assunto soltanto gli spigoli, la trappola dello spazio chiuso, l’assenza di una via di fuga, l’anima labirintica.

Forse il mio amore per il quadrato viene da un delizioso personaggio scaturito dalla immaginifica mente di Antonio Rubino. Squisito disegnatore di inizio novecento, segnato dal gusto liberty del suo tempo, inventò Quadratino, bambino dalla testa a forma di quadrato, figlio di mamma Geometria, nipote di nonna Matematica e di zia Algebra e figlioccio dalla tutrice Trigonometria che nella serie pubblicata su Il corriere dei piccoli si trasformava ora in un rettangolo, ora in un triangolo o in un’altra figura geometrica, salvo poi recuperare sempre, alla fine, la sua forma originaria. A riprova della duttilità, della cedevolezza, della universalità del quadrato, nonostante tutte le apparenze. Ciò che è quadrato, per un attimo può anche trasformarsi in altro: come se la sua stabilità esterna ed interna non disdegnasse di aprirsi, non temesse la mimesi. Questo doveva essere il messaggio di Antonio Rubino, e questa la lezione delle belle proporzioni che, anche se deformate, conservano una matrice di armonia, un sia pur vago ricordo di un equilibrio iniziale.

Il quadrato, il quattro, la stasi: un piano per mangiare, per scrivere, per lavorare. Cioè la stabilità, necessaria per andare altrove, ovunque. Altro che il tavolo a tre zampe per evocare i morti, l’obliqua tentazione di peregrinaggi alieni, il culto dell’eterno possibile. Il quadrato ci ricorda che anche la semplice realtà può essere perfetta, a volte.

 

21 novembre 2025

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