Per ascoltare invece di leggere:
Quando Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte fondavano nel dopoguerra la rivista Tempo presente non c’era niente di più… presente del presente. Il presente allora era un imperativo etico, perché dove ti giravi c’erano macerie e bisognava spazzarle via, cercare di dimenticare. Oggi che senso ha riflettere sul presente? Possiamo meritarci al massimo il passato mentre cerchiamo di non soccombere al futuro. I tanti secoli che si accumulano alle nostre spalle qualificano l’umanità nel bene e nel male, consentendoci – indipendentemente dai nostri meriti e dalle nostre colpe, – la dignità della Storia, mentre le nuovissime tecnologie ci spingono fin toppo irresponsabilmente avanti a immaginare il tempo a venire.
Invece il nostro presente si assottiglia, scolora sempre più nell’inconsapevolezza. Non abbiamo gli strumenti per affrontarlo. Giusto ieri ricevo in omaggio da Alberto Aghemo, attuale direttore di Tempo Presente, un quaderno della rivista dedicato a Nicola Chiaromonte a cinquant’anni dalla sua morte. Che personaggio, questo esule dalle idee liberali, profeta del vivere nascosti: intellettuale “ellittico”, come lo definisce lo stesso Aghemo, che ha lasciato una poderosa massa di scritti ma mai in forma sistematica, nessun saggio o romanzo, solo episodici appunti sempre pervasi dal segno della sua “non appartenenza” a qualsivoglia partito, organizzazione o etichetta culturale, dalla sua insofferenza per gli inquadramenti. Non stupisce che fosse avverso allo storicismo, che vuole spiegare tutto e il contrario di tutto grazie all’immersione dei fatti nel contesto storico. A lui e al suo tempo, la storia non serviva: bastava appunto il presente, la sua stringenza fattuale, l’urgenza di esserci, dopo la tragedia della guerra, di essere, in qualsivoglia modo, di nuovo…presenti nel presente.
Oggi il presente non ci significa più, non ci rappresenta. Non lo troviamo nella nostra quotidianità, ci sfugge nella velocità vertiginosa degli scambi, non ci dà il tempo di agirvi dentro. Se fosse la finestra attraverso cui guardare il mondo là fuori, noi saremmo solo le gocce che scivolano sul vetro, indifferenti alla sua trasparenza, grati per la sua scorrevolezza. Per noi il presente è già passato, e anzi non c’è un passato più passato del presente, che non riusciamo più a riconoscere.
Quelle generazioni di intellettuali italiani -e non solo italiani- testimoni della guerra, spesso esuli, o partigiani, o dissidenti, o con la tragica esperienza della prigionia, attivi nella ricostruzione, potevano disporre di un apparato di coscienza civile che oggi sembra introvabile e, quand’anche, inservibile. La Babele paventata da Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas sembra assolverci da qualsiasi impegno etico e da qualsiasi domanda. Non ci capiamo più, nella follia di volerci egoticamente soltanto esporre, smaniosi che altri capiscano noi. Rileggere questi autori spesso ingiustamente dimenticati o misconosciuti, proprio come Chiaromonte o Silone, sarebbe utile per festeggiare i famosi 80 anni di una repubblica celebrata finora purtroppo solo nella retorica o peggio in una festa di ripicche tra faziosi.
5 giugno 2026
