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CHI E’ IL REGISTA

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In Italia ne vantiamo tanti e gloriosi, in teatro, in cinema, in televisione. Che hanno fatto scuola, che sono diventati leggenda, ognuno a suo modo: l’estroso, l’isterico, l’eclettico, il geniale. Non ne nomino neppure uno, tanto sono le nostre glorie e ognuno di noi avrà certamente goduto almeno una volta nella vita di uno spettacolo particolarmente emozionante (in palcoscenico, sul grande o sul piccolo schermo), abituandosi a riconoscere una certa “mano” dalla cabina di regìa, dal retropalco o da dietro la cinepresa.

Particolarmente i registi italiani sembra abbiano poi una speciale vocazione a essere anche registi di se stessi, a crearsi personaggi, costruendosi addosso il microspettacolo di vizi e virtù che li caratterizzano al pari delle loro opere. Un vezzo che va perdonato: forse patiscono la frustrazione di non andare in scena, ma di faticare perché ci vadano altri e cercano in qualche modo anche loro di vestire i panni un “qualcuno”, ma, non rimanendo a loro disposizione che la parte di se stessi, si trovano obbligati a esasperare aspetti non necessariamente piacevoli del loro carattere.

Può capitare di chiedersi in che cosa consista il merito (o la colpa) del regista, come pure del direttore d’orchestra quando il sipario cala o scorrono i titoli di coda. Un soggettista o un drammaturgo inventano una storia, un compositore scrive una sinfonia sul suo spartito e spesso sono capolavori… A che serve chi le metta in scena, chi ne diriga l’esecuzione? Le opere dell’uomo non vivono di vita propria?

In teoria so perfettamente rispondere a questa domanda, ovviamente. In pratica c’è qualcosa che mi sfugge. E forse è giusto che mi sfugga. In teoria so perfettamente che le scene vanno legate, che le interpretazioni (di uomini e strumenti) vanno guidate, che il tutto ha bisogno di un equilibrio e di uno stile che possa essere rimanere impresso, che ciò che è solo sulla carta va “trasmutato” in una esperienza umana il più possibile vicina alla vita vera, armonica e capace di provocare emozione. E so anche che il tutto non è mai solo la somma delle parti.

E tuttavia non so mai rispondere su questo “tutto” che la presenza demiurgica del regista magicamente sembra creare dal nulla. Da quale reazione chimica, da quale sapienza proviene il miracolo della sintesi di tutti gli elementi in scena che alla fine porta all’applauso? Come accade che, per esempio in teatro, un insieme di parole e di indicazioni astratte, una serie di perfette interpretazioni si addensino e si mettano in fila fino a creare qualcosa di nuovo che prima non c’era né era stato previsto, fino ad assomigliare alla vita vera (anzi a sublimarla) con la stessa necessità e la stessa leggerezza di una musica?

L’ho provato di recente, dopo la messa in scena di un testo scritto da me. Tensioni, dubbi, ripensamenti, ripetizioni, tagli, revisioni, spiegazioni… e poi magicamente, alla presenza del pubblico, le intenzioni non solo si realizzano, ma si legano proprio come nemmeno io avrei mai immaginato potessero legarsi. Dal caos, al momento di andare in scena, tutto finisce ordinatamente e necessariamente al suo posto. La presunzione è che questo tutto, inclusa la sgangheratezza di certe indicazioni autoriali, vadano al loro posto per forza di inerzia, perché è giusto e naturale così e che la stessa energia e la stessa bravura degli interpreti escano allo scoperto perché hanno una potenza irresistibile che si impone di per sé.

La realtà è un’altra ed è misteriosa, perché, ancora una volta, il tutto non è mai solo la somma delle parti. Nel mondo dello spettacolo gli artisti sono tanti, ognuno con le proprie specificità e competenze. Ma è questa l’unica porzione della nostra società in cui, ogni volta, uno solo può e deve essere alla guida. E’ l’unico caso in cui il tiranno va seguito ciecamente e anche con gratitudine.

 

4 giugno 2026

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