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IL RITRATTO DI UN RITRATTO

Per ascoltare invece di leggere:

Ieri la mia amica Giulia Spanu, in arte Juliart, mi ha regalato un mio ritratto. Giulia, poco più di trent’anni, ha appreso in maniera egregia l’arte del Sumi-e, l’arte ad inchiostro giapponese, che pratica con passione e disinvoltura, lavorando alacremente ogni giorno per soddisfare il suo urgente bisogno espressivo. Vanta infatti  una importante collezione di opere (ritratti, paesaggi, visioni interiori, immagini astratte…) che sono state già più volte esposte in mostra.

Era tempo che conoscevo il suo progetto di ritrarmi, perché da tempo mi aveva chiesto una mia fotografia cui ispirarsi. Gliel’ho sempre negata perché non amo i ritratti da fotografia: hanno una fissità mediata dall’obiettivo che li rende tutti uguali, mi fanno pensare alle immagini sulle lapidi nei cimiteri. Se la foto cattura un attimo, questo tipo di ritratti riproduce al quadrato la spontaneità dell’attimo, togliendogli l’essenza, ruba e snatura l’estemporaneità, e soprattutto taglia fuori – grazie alla tecnologia – la penosa e insieme affascinante fatica delle pose, il doveroso tempo delle pose. Chi non mai stato in posa davanti a un pittore forse non può apprezzare questa lunga e noiosa fase di esposizione : si sta a nudo davanti a un’altra persona, si è osservati come raramente si è osservati da chicchessìa. Il pittore deve raggiungere la somiglianza, certo, ma nolo; stando là, davanti al suo sguardo, si capisce che non gli si sta offrendo solo il nostro aspetto fisico, e che lui/lei non sta cercando solo questo, ma ben altro, qualcosa che finisce, forse anche ben oltre le sue intenzioni, per riconoscere e per rivelare.

Ho sfidato quindi Giulia a ritrarmi a memoria. Conoscendo le sue grandi capacità ero certa sarebbe riuscita a rappresentarmi in qualche modo e che lo avrebbe fatto non solo con inchiostro e pennelli, ma soprattutto con la sua sensibilità, la sua bravura, scoprendo i suoi sentimenti per me, rivelando chi sono io per lei.

Ma non ha accettato la sfida  perché -ne sono certa- voleva raggiungere quanto prima il suo obiettivo, è una ragazza che morde spesso il freno, anche in contrasto con la sua fascinazione per lo yoga – dunque era tassativamente escluso anche iunritratto in posa così è ricorsa a una mia foto che circola in rete.

Questo mio ritratto è così …il ritratto di un ritratto. Giulia ha “rubato” lo sguardo della persona che mi ha scattato questa fotografia.

Un ritratto tecnicamente perfetto, che svela la sua immensa maestria ma, inevitabilmente, anche in questo caso, non solo. Perché, pur replicando un’immagine prodotta da altri, Giulia non ha potuto non immettervi esattamente quello che le avevo chiesto: se stessa. C’è, nel suo dipinto a inchiostro, quello che non c’è nella foto. E questo ha stupito anche me. Ogni ritratto non è ovviamente solo il ritratto del soggetto ritratto, ma anche del ritraente. In questa perfetta riproduzione a inchiostro della foto Giulia ha aggiunto sulla mia faccia una specie di micro-sofferenza, un pensiero di troppo, che solo lei ha saputo vedere, e che io stessa quasi non conoscevo o comunque non sapevo di mostrare. Forse è l’esaltazione di quella ruga tra le sopracciglia, forse l’esasperazione di quel tocco di luce sulla fronte, fatto sta che fatico a guardare questa sua opera, come invece non fatico a guardare lo scatto da cui proviene.

Insomma c’è un “di più” che neppure lo specchio è mai stato capace di mostrarmi, che mi appartiene e che mi inquieta, che mi conferma l’eclissi quotidiana alla quale siamo tutti ogni giorno condannati, che però lo sguardo affettuoso di chi ci vuole bene non può non notare. Se poi questo sguardo è anche lo sguardo di un artista, come in questo caso, si è gratificati da una doppia rivelazione e da una doppia consolazione: ciò che siamo è comunque visibile nonostante tutti i nostri pudori e nascondimenti. E l’arte -benedetta sempre l’arte- trasforma comunque tutto in bellezza: tutto, nonostante tutto.

Per tutto questo, grazie Giulia.

 

8 settembre 2025

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