
Per ascoltare invece di leggere:
Vai su un’isola, può capitare d’estate, per qualche giorno di vacanza. L’Italia è una penisola cicrcondata da isole, maggiori o minori, parti di arcipelaghi oppure no. A me capita spesso.
Se vai su un’isola, appena ti avvicini a quel pezzo di terra in mezzo al mare e al suo faro, il primo pensiero è al vecchio poeta inglese John Donne e a quella sua stracitata frase: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto”.
Dunque il secondo pensiero è un acuto senso di colpa, per avere a torto preteso di poterti momentaneamente sentire “un’isola su un’isola”, col privilegio cioè della solitudine mentre invece altri, a differenza di te, che magari ci arrivi da turista e per mezzo di un comodo traghetto, ci arrivano a nuoto o ammassati su un barcone di fortuna, e solo per caso scampano alla morte.
E così l’isola, nostrana o esotica, piccola o grande, difficilmente raggiungibile o agganciata alla terra ferma da un fragile istmo o da un ponte, ti diventa un promemoria, un peso sulla coscienza.
Da principio ti stacchi verso il mare e il primo istinto sarebbe lasciarti tutto alle spalle, dimenticare, mettere il vuoto fra la terra ferma e te, staccare definitivamente gli ormeggi, inaugurare una fragile, approssimativa esperienza della autentica povertà socratica, cioè l’abitudine al distacco, il disinvolto allenamento alla morte. Approdi finalmente a questo agglomerato di terra nell’acqua e sperimenti che in effetti, visto da quel piccolo qualcosa circondato da una specie di niente, tutto assume una ben più amara prospettiva. Tutta la vita è rimasta altrove, alle tue spalle come in un remoto passato, e allora te la ridi di John Donne e della sua buonista interpretazione circa il giusto posto dell’uomo in mezzo ai suoi simili. Capisci che la verità è all’opposto, che ogni uomo invece è precisamente, costantemente e drammaticamente un’isola, lo voglia o no, desideroso di esserlo o al contrario con l’ambizione di agganciarsi a un continente, perché “ognuno sta solo sul cuor della terra” e anche sulla pelle del mare. Come la metti la metti, e come ben sanno quei disperati che alle nostre isole approdano in tanti, ma ciascuno con la sola zavorra del proprio destino, alla fine siamo soli.
E così ogni isola ci assomiglia, ci ricorda chi siamo e dove ci troviamo. Comunque in mezzo a un mare. Ma comunque tenuti, ciascuno, a lasciare acceso un faro.
8 agosto 2026
Nella foto: il faro di Capo Sandalo, a Isola san Pietro. arcipelago del Sulcis
