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LA PIU’ BELLA “DI SEMPRE”

Per ascoltare invece di leggere

Non voglio fare la maestrina, ma nella grammatica della nostra bella lingua esistono due superlativi: relativo e assoluto. Il relativo vuole un paragone: tu sei per me la più bella del mondo. Il superlativo assoluto non ha bisogno di confronti: sei bellissima, punto.

Che senso ha allora un superlativo relativo che chiami in paragone il “sempre”, altro modo di dire l’infinito nell’orizzonte temporale? Il dilagare dell’espressione “la più bella di sempre”, “il più buono di sempre” etc ha per me qualcosa di urticante, come sempre le ridondanze linguistiche che tradiscono i nostri horror vacui mentali ed emotivi. Come si può richiedere un paragone qualitativo a un avverbio temporale che ci proietta per definizione al di fuori del tempo? E’ un atto di un’arroganza senza fine: si vuole far credere che qualcosa o qualcuno possa sostenere il confronto con l’eternità. Non sarebbe più umile e misurato, come si diceva una volta, “la più bella o il più buono di tutti i tempi”? Sottointeso: quelli trascorsi, senza permettersi di ipoticare, benché iperbolicamente, anche quelli futuri.                                                                                                                                                                Non voglio convocare i linguisti della Crusca o i tutori della purezza grammaticale dell’italiano, che magari potrebbero anche assolvere quello che per me è un vizio verbale. Segnalo un fastidio fisico causatomi dalla approssimazione pretenziosa di un’espressione oltretutto abusatissima. 

Cosa mi significa questo sconfinamento oltre il presente? Si dirà che è una formula intenzionalmente enfatica e soprattutto mediata dall’inglese, originata dunque nella lingua dei media e dei fan‑discorsi globalizzati: the most beautiful ever. Ma a parte che quell’ever potrebbe stare per “mai”: la più bella mai (sottointeso) vista. Di nuovo: che cosa significa paragonare una qualità alla a-temporalità?

Bisogna aver rispetto delle parole. “Sempre” è una parola sacra, così come per molti credenti è sacra la fiducia nell’eternità. Usare l’eternità come presidio “pubblicitario” (la violenza linguistica di cui parlo è usatissima proprio in pubblicità) è un vero sacrilegio e stride come gesso sulla lavagna. Ma in un’epoca di eccessi è esattamente quello che ci meritiamo. Stridori, clamori, urla e insulti grammaticali raccontanoalla perfezione la nostra superficialità guascona.  

Spero in ogni caso che questa mia annotazione non appaia come… la più pedante di sempre! Resta inteso che posso sempre fare di peggio.

 

4 luglio 2026

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