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LA STORIA E LE STORIE

 

Per ascoltare invece di leggere:

Ieri ho conosciuto un giardiniere polacco. Mi dava consulenza sul viburno lucido, che vorrei impiantare sul terrazzo della casa alla Camilluccia. Lo avevo preso per un rumeno, avendo colto un vaghissimo accento “orientale” nel suo italiano ricercato e più preciso del mio. Krystian è nato a Danzica ed è in Italia dal 1988, dai tempi del generale Jaruzelski. “Ho preso il peggio di lì e il peggio di qui” mi ha detto, sintetizzando la sua storia. “L’agonia del socialismo reale in Polonia e l’inizio della decadenza post-Berlusconi in Italia”. Impietoso, come giudizio. E di colpo mi è sembrato più competente di politica che di viburni e di allori.

Tra gli indizi che si affacciano -il più delle volte trascurati – nel nostro quotidiano, mi ha colpito il fatto che proprio in questi giorni sto leggendo un libro di un connazionale di Krystian. Lo scrittore Gustaw Herling avrebbe apprezzato molto la storia del giardiniere di Danzica e, se l’avesse conosciuta, l’avrebbe certamente inserita in uno dei suoi numerosi articoli scritti in Italia (in italiano e per gli italiani) sulla cosiddetta Europa dell’est. Il libro che sto leggendo è appunto una selezione di cinquanta (dei cinquecento) articoli che Herling firmò tra il 1969 e il 1999: La cerniera d’Europa, edito da Bibliopolis e curato da Paolo Morawski (un cognome che più polacco non potrebbe essere).

Io sono nata come la CEE a Roma nel marzo del 1957 e, indipendentemente da questo dettaglio anagrafico, fino a qualche tempo fa mi sono sempre sentita più europea che italiana (in verità oggi un po’ meno). Forse c’entra l’astrologia, forse l’Europa mi è sempre apparsa più grande, più profonda e più variegata della nostra povera piccola Italia. Forse i miei libri di geografia delle medie (editi solo una decina d’anni dopo la firma dei Trattati di Roma) erano segnati dall’entusiasmo per la recente nascita della CEE e dell’EURATOM, e può darsi che io sia stata influenzata da qualche capitolo precocemente e ingenuamente europeista.

Ma dev’esserci dell’altro, altri puntini da unire. Una nonna misteriosa e mai conosciuta nata in Bulgaria. Una grammatica tedesca a caratteri gotici che circolava per casa.  I nomi sentiti per radio quando ero piccola: De Gasperi, Adenauer, Schuman, così strani ma anche così familiari. E poi altri nomi: Kruscev, Gomulka… E poi quella strana inquietudine captata in casa una mattina di agosto: i miei parlavano di un muro e c’era come un muro di imbarazzo fra loro e me, del resto che avrebbero potuto spiegare a una bambina di quattro anni?

E poi c’era “il signor Herling”, proprio lui, che venne ad abitare nel piccolo appartamento al superattico sopra le nostre teste, nella casa alla Camilluccia. Era il 1964 o il 1965. Che vuol dire “esule”? Altro imbarazzo.

Un gentiluomo solitario, vagamente malinconico, con cui mio padre -generalmente misantropo- instaurò una garbata frequentazione fatta di rispetto, ammirazione, silenzi. “Il genero di Benedetto Croce” sottolineava babbo. Forse senza saperlo decisi già allora che avrei studiato Filosofia. A me bambina al tempo arrivava solo la certezza che “il signor Herling” venisse fuori da un dramma e “da un paese lontano”. (Un altro puntino da unire, oltre dieci anni dopo, in quella piazza san Pietro dove mi trovai per caso all’apparire della fumata bianca: “lo hanno chiamato di un paese lontano”) …

Herling regalò a mio padre una copia del suo libro Un mondo a parte, nel quale narrava la sua esperienza nel campo di lavoro di Ercevo, in Siberia. Come per “il muro” e per la parola “esule”, anche in questo caso i miei sembravano avere pudore a raccontarmi storie che evidentemente ritenevano troppo crudeli per una bambina di otto anni. La copertina del libro (Rizzoli, 1965) mostrava un campo innevato con una capanna e una torretta di sorveglianza. Io credevo che quello fosse un lager – avevo visto qualche documentario e sentito i racconti dei nonni-. Di gulag, all’epoca, al di qua della cortina di ferro, parlava solo “il signor Herling” nei suoi articoli. E non certo a beneficio di una bambina. Però alla fine tra lager e gulag che differenza c’è? Le dittature dono tutte uguali. E questo lo conferma proprio l’equivoco negli occhi e nella testa di una bambina.

Ebbene, il giardiniere Krystian e “il signor Herling” si sono dati appuntamento oggi nella mia vita per farmi unire i puntini, per dare corpo al mio sotterraneo senso di colpa nei confronti della storia, per farmi capire che in ciò che appare “uguale” ci sono mondi di differenze. Sui nostri giornali, Herling raccontò nella nostra lingua per trent’anni, a chi aveva voglia di leggerlo e di credergli, quell’oltre cortina che, al di qua, tutti pensavano – e lo pensavo colpevolmente anche io, divenuta adulta – fosse una realtà unica e coesa, da liquidare sommariamente come “l’Europa dell’est”, l’Europa degli sfigati, il blocco comunista. Era toccato a loro, amen.

Ma quale est, in effetti? Quanti est pullulavano davvero al di là del muro? E quanti comunismi? E quanti oppositori, dissidenti, vittime, martiri, esuli, o solo gente comune che aveva smesso di pensare? Spiega Morawski nell’introduzione a La cerniera d’Europa che nei testi di Herling “c’è la Storia, ci sono le storie. … Herling dischiude  un’incredibile umanità … alla quale dà visibilità, di cui si fa testimone, custode o portavoce consapevole, a tratti fustigatore, a tratti caloroso e appassionato… Incontriamo scrittori, poeti, saggisti, pubblicisti, editori, scienziati, politici, potenti e vittime dei potenti, accademici, comunisti dogmatici ed eretici che dicono di ‘credere’ o hanno smesso, dissidenti malati di mente dotati di enormi poteri e persone intelligenti e pensanti rinchiuse tra i malati di mente, oppositori in patria e all’estero, esuli, emigrati politici, apolidi. E’ una galassia di situazioni che confluisce in un singolare archivio del Novecento: letterario innanzitutto, ma non solo”.

Sfogliato oggi, a distanza di tanti anni, l’archivio del Novecento di Herling, apre a tanti altri archivi, denuncia altrettante letture sbrigative e sommarie del nostro tempo, ci invita ad unire tanti altri puntini e indizi e a recuperare tanti scatti pubblici e privati. Forse la Polonia ha avuto un destino particolare nella storia del Novecento europeo. Maria Curie, l’invasione nazista del primo settembre 1939… Czesław Miłosz, Karol Woytjla e il suo destino di vittima di due dittature, Lech Walesa, Zigmunt Bauman… E se tutto l’est per anni imbavagliato avesse oggi un ruolo nuovo nelle nostre coscienze e nelle nostre vite immiserite dal benessere?

Già durante la perestroika e prima della caduta del muro, i polacchi furono i primi a migrare in Occidente. Un altro primato. Facevano soprattutto i lavavetri ai semafori, chi se li ricorda? Li guardavamo come insetti fuoriusciti da oscure tane a seguito di una spruzzata di DDT, ci impietosiva il loro destino incerto. Eppure erano eroi. Ma chi lava un vetro aiuta a vedere al di là con più chiarezza. E in quegli anni ottanta reaganiani il nostro “al di là” era offuscato appunto da una effimera agiatezza, da una scanzonata quanto colpevole incoscienza.

Gli antichi monaci amanuensi custodirono la cultura europea nell’ombra e nella solitudine delle abbazie, i tanti dissidenti e fuggiaschi citati da Herling lottarono spesso invisibili per difendere la propria identità e le proprie idee: furono entrambi lombrichi della storia, operando misconosciuti ma infaticabili nella tenebra di cellette o di ritrovi clandestini o cercando di attraversare muri e confini. E’ una storia multiforme quella europea, con tratti comuni inequivocabili che a ben leggere si ricollegano anche in piccoli grandi episodi della vita quotidiana di tutti noi: grandi eventi sfiorano le nostre piccole esistenze illuminandole anche a distanza di anni. Oggi io comprendo che nell’album fotografico della mia vita convivono con uguale intensità le foto dei compleanni e quella terribile di Jan Palach che si dava fuoco a Praga in piazza san Venceslao, gli scatti dei viaggi a Parigi, delle vacanze a New York e quelli del papa tedesco che succede al papa polacco, le istantanee festose delle lauree dei miei figli e i cortei di Solidarnosc, l’esecuzione di Ceausescu, i palazzi oggi bombardati a Kiev, Rostropovic che suona sul muro di Berlino appena crollato e sempre quello  sguardo malinconico e consapevole del signor Herling che si affacciava dallo stesso terrazzo dal quale mi affacciavo io. Ma lui vedeva al di là, io a stento arrivavo al parapetto. Quando penso che certi orrori della storia, come ad esempio i crimini stalinisti, sono scaturiti dalle pagine di un grande filosofo, mi dico alla fine che questo mondo ha bisogno di utopie ma soprattutto di perdono.

(Nella foto in alto: Gustaw Herling – a sinistra-  insieme a Nicola Chiaromonte sul terrazzo della sua residenza romana alla Camilluccia. Forse è il 1964). – Grazie a Marta Herling

16 maggio 2026

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