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L’AMICO DISABILE

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Da quanto un ictus lo ha reso un uomo dimezzato, come il Visconte di Calvino, è diventato un uomo migliore. Come se la metà offesa fosse stata ricompensata da qualità che nell’ uomo “intero” restavano sopite. Ma poi è giusto parlare di “uomo dimezzato”?

L’invalidità gli consente solo alcune faticose uscite in carrozzina o con stampelle. Un caffè al bar, un cinema ogni tanto. Per lo più sta in casa. Però in compenso risponde sempre al telefono e ha sempre tempo per te. E se gli proponi di andarlo a trovare non risponde quasi mai di no. Sempre pronto a ricevere sfoghi emotivi, a condividere commenti sulla politica, sui film, sulle famiglie… Che sollievo. Invalido per la frenetica società di oggi, è diventato validissimo per il recupero dei rapporti umani.

Ah già, l’umanità. Perché mai si dovrebbe parlare di uomo dimezzato, dicevo. Saranno piuttosto dimezzati tutti gli altri, coi cervelli asserviti al sistema, ormai incapaci di un guizzo critico, più o meno consapevolmente consegnati alle intelligenze artificiali. Colui che è invalido per la massa, diventa un superman per  il prossimo, per l’individuo.
Ormai ci sentiamo quasi in colpa a ritenerci tali: in-dividui. Non divisibili, dice l’etimologia. Interi, o meglio integri. Ecco come la società di massa lavora invece per logorarci da dentro e da fuori, impastandoci indifferentemente gli uni agli altri, insinuando la ragionevolissima presunzione che siamo talmente uguali, anche i diversi, da non dover nemmeno più distinguere maschio da femmina, abile da disabile, bianco da nero, vicino da lontano, giusto da ingiusto.

E invece io che rivendico la differenza, “vedo” la disabilità per ciò che è e sono grata all’emiplegico, al paraplegico, al tetraplegico: ci ricorda che un conto è la parità, altro l’impasto indistinto di menti e ciccia, frullati insieme dal mito dell’efficienza e della velocità. Per cui il disabile deve essere omologato a chi disabile non è, deve aver diritto alle sue ParaOlimpiadi. Che ipocrisia.

Che bello invece dover tirare i freni nel camminare accanto a chi resta fiero e umano pur appogiandosi un paio di stampelle: ci accorgiamo allora di particolari che solitamente ci passano accanto come nel finestrino di un treno. La lentezza: grande insegnamento del disabile. Il quale ci ricorda che non sempre chi corre, corre per andare. Più spesso chi corre, corre per fuggire. L’amico disabile è uno che resta. Saper restare, al proprio posto, accanto a chi ha bisogno, fedeli a se stessi e a un’idea è un’arte perduta.

 

31 marzo 2026

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