
Per ascoltare invece di leggere:
Ma perché questa smania costante di andarsene da un’altra parte? Che cosa c’è “da un’altra parte”? Perché tutti ci sentiamo (si sentono) in prigione se non si mettono in moto per altrove? Forse per una percentuale di costoro è rilevante la scomodità della casa: troppo piccola, troppo grande, troppo piena di oggetti, troppo disorganizzata, disordinata, affollata, oppure troppo vuota, testimone di ricordi non sempre piacevoli… E così la casa-gabbia spinge gli umani fuori, verso un fuori qualsiasi, come scarafaggi o blatte snidati da una spruzzata di DDT.
Io, nella mia gabbia ci sto benissimo. Non c’è ventata di veleno che possa stanarmi. Tanto da non accorgermi che il divano del salotto è vecchio di quasi quarant’anni, da non voler vedere che c’è una macchia sul muro, che dovrei buttare un bel po’ di scarpe vecchie e neppure che in questi anni ho acquisito vicini maleducati.
Del resto quando e se viaggio, in giro trovo maleducati anche peggiori.
Mi hanno trascinata in giro per il mondo amici e parenti: di posti più o meno esotici ne ho visti alcuni. Perché non sono mai riuscita a meravigliarmi? Perché non attecchisce mai in me il baco del turista? Perché mi stanco di dire “che bello”? Fuori di casa tutto è bello nel medesimo modo, per me. Il turista è come il visitatore dello zoo. Bulimico di immagini convenzionali e patinate di una città, di un paese, ingabbiate nel déja vu di una cartolina comunque vecchia.
Altro è spostarsi per lavoro, per uno scopo, per visitare un parente, una persona malata…. Allora si entra davvero nelle altrui gabbie, si “vede” davvero l’altra parte di casa nostra. Allora davvero si viaggia. Nella quotidianità, nella normalità disinvolta di chi gira per le strade del proprio paese, di chi si parla e si capisce in una lingua per noi incomprensibile. Quali navi da crociera? Mille volte meglio un autobus di linea per capire davvero dove siamo, in mezzo a quali persone, sentendole appunto parlare senza capirle, godendosi le loro periferie, i colori dei loro cartelloni pubblicitari, arrivando a dire “che bello” di fronte a un localino discreto e poco illuminato che mai e poi mai troverai segnalato su TripAdvisor, arrivando a meravigliarsi di fronte a quella curiosa e comprensibile abitudine nordica di addobbare le finestre come altari, o a capire perché i pescatori di Posillipo usano la paranza e quelli canadesi pescano a strascico. E così via.
E’ nei gesti che mi piace viaggiare. E’ guardando le persone che imparo. E mi riesce anche se non lascio mai il mio paese. E mi riesce anche con quella necessaria lucidità che mi deriva dal fatto di essere più o meno la sola a usare questa pratica, comunque a distanza di sicurezza dal bieco turismo di massa, da quell’illusoria presunzione che starò meglio rispetto a dove sto, che tornerò cambiata dopo aver visto da vicino pitture, monumenti e atolli corallini. Al Louvre mi annoio, di fronte alle Piramidi mi stanco, lungo l’Hudson mi deprimo, sulla Piazza Rossa devo difendermi da un manipolo di giapponesi, i Caraibi mi sembrano più tristi di Torvaianica…
Lasciatemi nel mio paese, lasciatemi a casa. Anche d’estate. Prometto che vi manderò cartoline dalle mie destinazioni preferite, che sono e restano i cuori delle persone.
9 agosto 2026
