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L’ELETTRODOMESTICO PIU’ ANTIPATICO

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Per me è l’asciugatrice. Premesso che non ci dovrebbero essere elettrodomestici antipatici, dal momento che ciascuno ha la sua funzione e fa il suo dovere – quando lo fa-, vale ricordare che ogni generazione di massaie ha avuto le proprie resistenze e i propri pregiudizi. Ad esempio mia nonna dubitava della lavatrice. Mia madre non si è mai sottomessa al tritatutto (solo la grattugia era degna di sbriciolare il parmigiano). E io odio l’asciugatrice.

Sarà perché uno dei miei primissimi ricordi d’infanzia è siglato da un’immagine: la gonna bianca a pallini blu di mamma che mi svolazza davanti al naso mentre lei, nel biancore accecante del terrazzo, stende al sole lenzuola altrettanto bianche accecanti. Sarà perché il meraviglioso spettacolo del bucato steso al sole è stato oggetto di innumerevoli rappresentazioni pittoriche, dall’arte romana a van Gogh e oltre. Sarà perché nonostante le trasformazioni e la tecnologia, l’uso di stendere “i panni” in finestra o in balcone perdura ancora oggi, dopo secoli, in una città come Napoli, e non solo a Napoli, diventando elemento identitario, simbolico e perfino culturale. Sarà perché l’esposizione al sole e all’aria, mi raccontava mamma, rende le lenzuola profumate, le igienizza e le depura dal respiro meccanico della lavatrice, anche se, in compenso, le espone all’inevitabile contaminazione dello smog. Ma non è precisamente quello che succede anche a noi? Per non sporcarci di polveri urbane dovremmo evitare di fare una passeggiata in città?

E ancora. Immaginiamo di uscire dalla piacevole carezza della doccia e di essere costretti a entrare in un’altra cabina, dove una serie di bocchette ci sferzano addosso coltellate d’aria calda per farci asciugare in pochi minuti, rendendo inutile il morbido abbraccio dell’accappatoio.

Povere lenzuola, povere federe, poveri asciugamani. Dopo ore di claustrofobia dentro il cestello, invece del sollievo di un liberatorio svolazzamento all’aria, un’altra prigione.

E dunque perché l’asciugatrice? Si dirà: perché non tutti hanno balconi o terrazzi dove stendere il bucato e sono costretti a usare gli stendini da interni, dove il bucato si asciuga più lentamente e ingombra in casa. E perché, quand’anche avessero spazio esterno, certe persone si guarderebbero bene dall’usarlo, per non esporre ai dirimpettai lo spettacolo – da loro ritenuto impudico e volgare- delle loro mutande e dei loro calzini esposti.

Come se non usassimo tutti mutande e calzini. Pare che in alcune città molto eleganti, credo Parigi, stendere il bucato comporti addirittura una multa.

E’ vero che i panni sporchi si lavano in casa, ma una volta puliti non è bello esporli? Condividere l’avvenuta pulizia ci umanizza, ci conferma che il candore, fisico e metafisico, può ancora accomunarci, mantenerci umani, farci rispecchiare gli uni negli altri, conferirci comunque eleganza. O forse la tanto invocata privacy è un indizio che dubitiamo della nostra stessa purezza? Che non ci sentiamo puliti abbastanza?

18 settembre 2025

In copertina: Camille Pissarro, Donna che stende il bucato

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