Close

LIBERACI DAL MALE

Per ascoltare invece di leggere:

Certe volte, da miscredente, prego. Pascalianamente, prego. Non si sa mai. Magari qualcuno esiste. Che mi costa dargli credito? Impegnarmi a chiedergli una grazia, un miracolo, protezione? Spiritualmente siamo terra terra, io e Pascal, non è che non ne sia cosciente. E così da un po’ di tempo, quando prego, gli chiedo di rendermi un po’ meno zucca e di farmi trovare l’anima, ammesso che davvero io ne sia dotata.

La mia preghiera preferita è il Padre Nostro. Forse perché ce l’ha insegnata proprio lui in persona. Che anche se non era davvero il Figlio di Dio, ne è stato e ne è l’equivalente. Padre Virginio Rotondi – chi se lo ricorda? Un gesuita che predicava in televisione, e particolarmente in una delle prime televisioni private degli anni settanta, che aveva gli studi non lontano da casa mia – mi consigliò di pregare così: Padre Nostro, se sei nei cieli. Ero andata a trovarlo, approfittando della vicinanza “geografica”, per farmi dare una cura contro la miscredenza. Non so, mi ispirava simpatia e fiducia. Quel “se” un po’ mi ha cambiato la vita. Appoggiarsi su una eventualità è meno impegnativo e soprattutto più onesto che dare per certo un interlocutore di cui non si è capaci di dare un volto, un contesto, una consistenza ontologica. Sarà pure la mia una preghiera eretica, ma è piena di buona volontà.

Passano gli anni e quel “se” sta lì, appeso dentro di me come la luna nel cielo di settembre. Piccolo ma luminoso. Passano gli anni e questa preghiera si inspessisce sempre più. Man mano che invecchio, non è più solo la versione adulta della letterina a Babbo Natale: portami, ti chiedo, dammi, concendimi…

Mi accorgo che quel terrificante finale “Liberaci dal male” sta diventando piano piano il centro non solo della preghiera, ma di tutto il nostro percorso terreno.  Sto capendo che la missione dell’uomo su questo pianeta sarebbe proprio l’emancipazione dal dolore. Impresa titanica e destinata a fallimento quotidiano. Almeno fino a prova contraria. E tuttavia…

Quando ero più giovane il “male” da cui chiedevo di liberarmi era un male personale, di limitate proporzioni, piccolo e circoscritto alla mia misera vita. Fammi passare un esame, tienimi in salute, non farmi cadere dal motorino…  Ora, col tempo, mi ritrovo a sperare che qualcuno ci liberi da quel male condiviso che si propaga come un’epidemia, quel male senza nome che sta infiltrato nelle nostre cellule, che ha finito per impregnare la terra –  metaforicamente e anche materialmente – che ci affratella nell’inevitabile condanna della nostra pochezza. Man mano, nella mia preghiera eretica, quella parola mi si colora del male degli altri. I malati negli ospedali, i malati senza ospedali (Gaza), i bambini senza famiglia, i bambini costretti alla fuga, i morti cui non abbiamo dato pietà e amore a sufficienza, perfino i cani nei canili.

Se sei cieli, liberaci da questo male che ci condanna alla solitudine e all’indifferenza, che ci mette gli uni contro gli altri, ma che forse potrebbe invece farci riconoscere compagni di viaggio, uguali nella fragilità, e per questo abilitati al soccorso reciproco, alla certezza di non essere soli. Del resto se esisti, se sei nei cieli, è solo attraverso gli altri che potresti rivelarti qui sulla terra. O no?

 

27 settembre 2025

 

In alto: dalle catacombe di Priscilla

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *