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La mia nonna paterna era un’emigrante. Salì a Roma dalla Calabria con la famiglia negli anni trenta del novecento, e si naturalizzò abbastanza serenamente nella capitale. Sapeva dunque che cosa vuol dire viaggiare, spostarsi, staccarsi dolorosamente dalle proprie origini. E come i tanti migranti di oggi che dall’Africa assaltano l’Europa o dal Sudamerica si muovono verso gli States, non lo fece certamente a cuor leggero. Forse per reazione, non usciva quasi mai dalla nuova casa. Aveva ricostruito il suo nido, e difficilmente se ne staccava.
Dunque lei va annoverata tra quelle popolazioni che da sempre, fin dalla preistoria dell’umanità, a prezzo di grande fatica e disponibilità all’adattamento, si sono spostate in cerca di migliori condizioni di vita. Io al contrario, grazie al benessere conquistato anche da questa mia famiglia di origine, mi includo fra le popolazioni stanziali: ciononostante, non ho maturato il bisogno opposto, ho ereditato anzi dalla nonna emigrante predilezione per la tana, pur – o forse proprio- avendo potuto rimanere sempre dove sono nata. Dunque non smanio per uscire, muovermi, viaggiare, camminare. Forse ha incoraggiato questa predisposizione alla stasi la mia naturale pigrizia, a sua volta incoraggiata da qualche problema fisico che con l’età tende a farsi sentire sempre più.
Ho una figlia che è reduce da alcune settimane dal cammino di Santiago. Ha deciso da sola di partire da sola, e ne ha compiuto in una settimana un tratto, da san Sebastian a Bilbao. Tutti i pellegrini parlano positivamente di questa esperienza, che comporta il contatto con la natura, l’addestramento alla fatica, il ritorno all’essenziale e il senso della trascendenza, l’apertura all’incontro con gli altri e esperienze di solidarietà, ma anche il recupero di se stessi, il “premio” della solitudine. Per lei è stato lo stesso. Sono molto fiera di questa ragazza, così diversa da me. Sono fiera di avere generato, parte per sua reazione naturale alla mia impostazione “stanziale”, parte per sua predisposizione naturale, una donna capace di aprirsi al mondo.
Camminare o stare fermi? C’è chi riesce a percorrere chilometri alla faccia della propria disabilità che lo costringe su una sedia a rotelle; e c’è chi riesce a rimanere immobile nonostante le più movimentate vacanze esotiche di tendenza. Mia figlia ha riferito di una specie di effetto allucinogeno dell’atto del camminare: una dipendenza dalla quale difficilmente ci si disintossica. Chi inizia ad andare, forte della risposta del proprio corpo alla fatica in vista di una meta, chi conquista o riconquista ogni giorno una meta finisce per cambiare la prospettiva, guadagnando in alcuni casi la comprensione -non così scontata- della linea retta. “Ente” geometrico con cui ci familiarizzano fin da bambini, la linea retta è ovviamente un’astrazione euclidea. In natura non esistono linee rette, e men che meno lo sono le strade che percorriamo, anche se su una mappa, per qualche centimetro, possono apparirci tali. Se la linea retta contiene infiniti punti, il cammino è fatto di infiniti passi, e nessuno è uguale al precedente o al successivo, specie se inizialmente ci si illude di seguire sempre la medesima direzione, fedeli a se stessi Ogni minimo progresso contiene la porzione di una scoperta e anche di una controscoperta, di una felice smentita a ciò che presumevamo di sapere. La retta è infinita in ambo le direzioni, e probabilmente anche ogni cammino lo è. Partenza e arrivo sono a loro volta astrazioni. Ogni cammino individuale è solo un punto sull’infinito percorso dell’umanità su questa terra, che è quasi una sfera. Anche per questo, come insegna la storia, come insegnano le fiabe e i corsi-e-ricorsi vichiani e crociani, cammina cammina cammina, alla fine ci ritroviamo sempre là da dove siamo venuti. E perfino chi si illude di fuggire, non può che tornare da dove è partito. Insomma a casa. Col bagaglio necessariamente sempre più leggero e la conferma che il mistero ci abbraccia dovunque giriamo lo sguardo: in avanti o indietro è lo stesso.
6 settembre 2026
