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NIENTE DA CAPIRE

Per ascoltare invece di leggere:

Condivido oggi un ricordo del mio unico e breve periodo di asilo alla Giacomo Leopardi, la meravigliosa scuola all’aperto sul cucuzzolo di Monte Mario, a Roma. La maestra Leonardi (me la ricordo perfettamente: aveva un vistoso neo sulla guancia e indossava un cappotto cammello), ci costruiva rondini di carta crespa, ci insegnava canzoncine e ci parlava di Dio.

Temerario coraggio delle maestre di un tempo e indizio del diffuso senso di identità culturale-religiosa nonché della naturale libertà di espressione che caratterizzavano quei tempi lontani: nell’aula c’era appeso un crocifisso e Dio non era un tabù. Certamente mancavano bambini di altre religioni a scoraggiare tale disinvoltura nelle maestre come la mia, ma quello che continua a interrogarmi è la temerarietà di quella insegnante (in definitiva una donna semplice) nel presentare -nel modo in cui lo presentò – un tema tanto gigantesco: “Prima di Dio non c’era niente. Dio creò tutto”.

Io ero ancora nella fase in cui Dio lo immaginavo come un vecchio possente e barbuto. Merito della precoce ed elementare educazione artistica di mio padre, che illustrava la Bibbia per le Edizioni Paoline, e che mi mostrava sui libri le riproduzioni degli affreschi di Michelangelo in Cappella Sistina.

Dunque, stante quella rappresentazione ingenua della divinità, nella mia mente si presentò, immediata e travestita da puerile innocenza, la domanda fondamentale della mente umana, il primo insuperabile scoglio teoretico che accompagna da sempre tutte le religioni e tutte le civiltà: se prima di Dio non c’era niente, Dio dove poggiava i piedi? O meglio: come possiamo figurarci il niente?

Ricordo il mio sforzo censorio di immaginare i piedi (nudi ) di Dio posati su qualcosa che invece non poteva, non doveva esistere. Mi impegnavo a cancellare qualsiasi pavimento, perché qualsiasi sostegno contrastava con l’informazione fondamentale: prima di lui e intorno a lui – dunque sotto, sopra, a desta, a sinistra – non c’era niente.

Oggi, da adulta, posso spaventarmi all’idea dell’annientamento che mi attende dopo questa vita; all’epoca non c’era nulla di pauroso in questo non-concetto, ma di inconcepibile sì. Ricordo lo sforzo della mia mente di cancellare qualsiasi semplicistica rappresentazione del niente: una nebbia? Una nuvola? Un’ombra più o meno spessa? Una tenebra?

Niente soddisfaceva il dato iniziale, l’insuperabile assioma: prima di lui, niente.

Avrei potuto cadere svenuta per lo sforzo di visualizzarlo, precipitare nel gorgo di una precoce follia, inconsapevolmente innescata da quella donna semplice e coraggiosa che voleva solo familiarizzarci con il catechismo. All’epoca era così: non esistevano avvertenze circa possibili effetti collaterali nei contenuti educativi. Si seminavano nelle menti infantili bombe molotov e mine antiuomo come se nulla fosse. Ma non voglio colpevolizzare la maestra Leonardi, al contrario: le esprimo gratitudine. Consegnare a un bambino un’aporia, un problema privo di soluzione, o meglio un problema nel quale le uniche possibili soluzioni si contraddicono a vicenda, vuol dire vaccinarlo contro la disperazione. Altro che catechismo. Poi, dopo la molotov del niente e di Dio, la maestra tornava alle rondini di carta crespa. Rondini che non volavano. Domande che cadevano – di nuovo – nel niente. Forse iniziò così, molto precocemente, la mia passione per la filosofia.

15 ottobre 2025

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