
Per ascoltare invece di leggere:
Non volevo pensare alle gemelle. Troppa morte e troppe morti in questi mesi e settimane e giorni. Volevo solo ricordarle coi lustrini e le code di struzzo. Ma qualcuno mi ha fatto pensare che quella loro tragica e bellissima scelta di suicidarsi insieme è stata la prova di quanto avevano imparato della televisione di cui sono state dive. Non è stato di fatto un finale registicamente perfetto? Un’uscita di scena rigorosamente orchestrata. Alla maniera dei tedeschi, che sono campioni di organizzazione e pianificazione
Se ne sono andate, ormai lo sanno tutti, con il cosiddetto suicidio assistito, che si differenzia dalla eutanasia attiva. In quest’ultima il medico inietta direttamente il farmaco (in Italia non è permesso). Nel suicidio assistito invece fornisce solo i mezzi, poi è la persona stessa ad assumere il farmaco o ad azionare un dispositivo. In Germania questo è permesso, in Italia anche, ma solo a determinate condizioni.
Pensavo ai medici. Italiani, tedeschi. Se il suicida è il regista della propria morte, come nel caso delle gemelle, i medici sono un po’ come i cameramen, gli operatori, gli assistenti di studio. Eseguono una direttiva dalla cabina di regia per la buona riuscita del programma. Tutto qui? Non c’è proprio niente altro, nella loro coscienza?
Ma che differenza c’è tra il somministrare un farmaco letale e mettere qualcuno nella condizione di somministrarselo da solo? Non è una sottigliezza farisaica per cercare di salvare capra e cavoli, ovvero per mettere d’accordo il giuramento di Ippocrate e le istanze delle associazioni tipo Luca Coscioni, il codice penale, per il quale anche solo agevolare un suicidio è reato, e la buona coscienza?
Quel medico che “agevola”, che si limita ad “agevolare” si sentirà più leggero rispetto a quello che materialmente “uccide”, benché su richiesta? Basta un po’ di ipocrisia per dormire tranquilli? Lo chiedo ai medici, nei cui panni, nei cui camici, in certi casi davvero non vorrei trovarmi mai.
19 novembre 2025
