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PUPAZZETTI

 

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Chi ha paura dell’intelligenza artificiale? Molti. Previsioni apocalittiche: prenderà il sopravvento. Già due anni fa Geoffrey Hinton, il suo “padrino” pentito, sul New York Times lanciava l’allarme: “È spaventosa. I chatbot al momento non sono più intelligenti di noi, ma penso che presto lo saranno”.

Hinton avrà le sue ragioni. Io preferisco pensarla in altro modo: la tecnologia ci sta aprendo possibilità inimmaginabili, offrendo al genere umano opportunità che neppure si sarebbero potute ipotizzare solo cento o cinquanta ani fa. Questi nuovi mezzi offrono e offriranno sempre più a loro volta nuove occasioni di lavoro e nuovi spunti per implementare ancora più la stessa tecnologia. Ma sopra a tutte le cose, robot, computer e intelligenze artificiali ci stanno costringendo a interrogarci su noi stessi: che cosa rende uomo l’uomo? Quale è la nostra insostituibile specificità? A che cosa servirà, in futuro, l’essere umano? Che cosa ci manterrà sempre un gradino più su delle macchine, a parte la capacità di averle inventate e di inventarne di nuove?

Il mio passatempo preferito – detesto la parola “passatempo”, diciamo piuttosto uno dei miei “bisogni” – è la costruzione manuale di bamboline e piccoli pupazzi di stoffa. E’ un’attività, in un certo senso, “religiosa”. Inannzitutto fornisce un modello, benché contraddistinto da assoluta gratuità, di economia circolare: per costruirli riciclo piccoli scampoli di stoffa o ritagli di vecchi vestiti di cui voglio tenere un ricordo. L’avanzo ritrova così dignità, diventa un testimone.

In secondo luogo nessuna parte di queste bamboline è cucita a macchina, ma rigorosamente a mano: c’è, nella fatica di assemblare tra loro pezzi piccolissimi, il ricordo della sapienza sartoriale di tutte le donne della mia famiglia (chi mi ha insegnato a tenere l’ago in mano, chi a orlare una gonna, chi a ricamare etc). Le bamboline sono dunque un omaggio a ciascuna di loro, in un certo senso il loro approssimativo ma amoroso ritratto, la segreta speranza di farle tornare in vita in questi piccoli simulacri.

Terzo. C’è appunto il sacro lavoro delle mani. Non so se un giorno i robot avranno mani. Sì, so benissimo che già le hanno. Intendo: non so se avranno tatto. Quando cucio i miei piccoli pupazzi sento sotto le dita il fresco della seta della vecchia camicetta di mamma, il ruvido del velluto dei pantaloncini di mio figlio quand’era piccolo… Surrogati di carezze. Non so se i robot impareranno mai ad accarezzarci.

Quarto. Si dice che le massime invenzioni della antica civiltà greca furono due: la scultura a tutto tondo e la filosofia. Fidia e Socrate furono quasi contemporanei. In pratica fratelli come le loro due discipline. Quale delle due ha generato l’altra? E’ la capacità di costruire oggetti a tutto tondo a istigare al pensiero “circolare”, al senso critico? O è il senso critico, l’arte di domandare e di mettersi in crisi a generare il bisogno di rappresentare la realtà da tutti i punti di vista? Le mie bamboline, i miei pupazzetti sono germi di sistemi filosofici!

Quinto. Creando in pratica dal nulla creature virtuali rivivo costantemente la maternità, la rinnovo ogni volta. Si dice che la maternità sia uno stato mentale, che ha poco a che vedere con l’atto fisico di generare. Si può essere madri o padri anche biologicamente sterili. Geppetto non ebbe bisogno neppure di una moglie per diventare il demiurgo per eccellenza. E come un demiurgo, ovvero come un genitore saggio, alla fine di ogni lavoro mi ritrovo tra le mani un personaggio imprevedibile, del tutto diverso da quello che avevo immaginato di realizzare. Il risultato mi oltrepassa comunque, spiazza tutte le mie aspettative, esattamente come un figlio. E come figli, alla fine del mio lavoro, di questi piccoli, colorati oggetti, non so più che farne se non lasciarli liberi, se non esporli con divertimento e fierezza a chi vorrà, con curiosità, per un attimo osservarli.

Non so se un robot, un computer o una intelligenza artificiale potranno mai un giorno costruire creaturine inanimate come le mie, facendo a meno di tutto questo background che è necessario a me. Certamente, mentre metto l’ultimo punto al mio ultimo, “inutile” manufatto, riconosco un particolare di ciò che mi rende indiscutibilmente umana: la gratuità che genera la bellezza (se di bellezza si tratta). I computer hanno sempre un compito e uno scopo. Solo io posso permettermi di essere inutile.

 

17 novembre 2026

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