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Di recente capito al Policlinico Gemelli a visitare un amico ricoverato. L’odore è sempre lo stesso, appena varchi la soglia. E anche la soglia è sempre la stessa, sia Le Molinette, lo Spallanzani, il Niguarda, il Cardarelli. Un mix di disinfettante, minestrina e dolore. Che odore ha il dolore? Nessuno lo sa, ma quello che senti nell’ospedale, inafferrabile perché vorresti sfuggirgli, perché vorresti che le tue narici si chiudessero all’istante, ti perseguita comunque, anche se non sai definirlo, circoscriverlo e tanto meno evitarlo.
La soglia dell’ospedale, lì dove ti accerchia l’odore. Oggi sentivo un filosofo che pontificava astrattamente sul concetto di soglia: il luogo del non luogo. Il luogo che esiste solo per essere oltrepassato. Vale anche per l’ospedale: un altro non luogo, un’altra gigantesca soglia. Devi oltrepassarla, per entrarvi, per curarti, per uscirne, possibilmente in uno stato migliore rispetto a quando vi sei entrato.
Sarà questo l’altro ingrediente del misterioso odore del dolore: l’incertezza. Passata quella soglia, paziente oppure visitatore, perdi comunque un tot della tua dignità umana, diventi cittadino dell’incertezza, non sai più chi sei, che cosa diventerai, in quale stato sarai trasformato. Non resta che affidarsi. Del resto, oltre quella soglia tutto è destinato a trasformazione, uomini e cose. L’insipido formaggino si liquefa nella minestrina, la sogliola lessa rimpiange l’oceano, l’antibiotico di disperde nel boccione. E poi gli aghi, le cannule, le resezioni, le incisioni, i tamponi sui corpi: eri intatto, diventi tatuato, bucato, pervaso, tagliato e ricucito. Anche il visitatore esce diverso da come è entrato. Esce con il senso pieno della vita, l’avidità smaniosa di tornare “a rivedere le stelle” , l’ egoistica consolazione che per stavolta non è toccata a lui.
Dante doveva averlo immaginato così il Purgatorio: un reparto d’ospedale. Anime spaesate in processione in pigiama o camicia da notte con addosso l’odore del letto. C’è anche quello nell’odore del dolore. E c’è la prova che sei stato anche privato della posizione eretta. Sei un uomo orizzontale anche se ti reggi in piedi e vaghi in ciabatte per i reparti. Ma sei un uomo orizzontale anche se vai a trovare qualcuno e indossi le tue scarpe e i tuoi abiti di città. Che si impregneranno comunque di quell’odore, di quell’incertezza. Oltre quella soglia tutti diventiamo orizzontali. Forse anchei medici, chissà. Come quadrupedi o insetti, strisciamo con la faccia a terra, a ricordarci che da lì veniamo, dalla terra, e che lì torneremo, insceniamo la nostra fragilità e le nostre paure, ci inchiniamo comunque a un dio, che è il Verticale per eccellenza, e che è il Senza-Odore.
Il mio amico è stato dimesso. L’odore dell’ospedale si confonderà presto per lui coi profumi di questa stagione. L’uomo sa anche essere felice, ogni tanto. Se dimentica.
20 maggio 2026
