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SOLAMENTE UN GIOCO

Negli Usa un bambino ha sparato alla maestra. Orrore, raccapriccio, mea culpa vari, ancora e sempre la questione della libera circolazione delle armi nel paese che promuove in tutto il mondo la democrazia e la civiltà. Non è stato un incidente, leggiamo sulle agenzie. Il bambino voleva proprio sparare. Il dolo è certo, il motivo no: voleva forse vendicarsi per un brutto voto o pensava solamente di giocare?

La seconda ipotesi appare quasi più inquietante della prima. Rivela la crescente difficoltà, per adulti e bambini, di distinguere il vero dal falso, il gioco dalla gravità, la verità dall’errore, la realtà dalla finzione. Il qui e l’altrove.

Qualcuno ha detto che ”la realtà è per chi non sa fare di meglio”. Doveva essere un visionario, un inventore di giocattoli, un immaginifico, insomma un artista. Tanto di cappello a chi, non accontentandosi della realtà e facendo ricorso alla fantasia, crea Cappelle Sistine, sinfonie e boschi verticali. Ma sono sicura che anche costoro, i grandi geni dell’umanità, abbiano creato i loro capolavori non certo respingendo la realtà, quanto amplificandola, magnificandola, prendendone spunto per quel famoso “altrove”, che poi diventa universale balsamo consolatorio per tutta l’umanità.

Invece, per la maggioranza di noi sembra essere in atto una colpevole confusione fra due piani: ciò che è vero, concreto, tangibile e ciò che solo appare tale non essendolo affatto, ma tanto più seduttivo da farsi preferire comunque. Si dirà che è la frequentazione degli universi virtuali ad averci confuso le idee, ad averci incoraggiato a non fare più differenza fra la corsia di un supermercato e l’autostrada di un videogioco, fra un’aula di tribunale e una “stanza” del metaverso, fra il medico di famiglia e l’avatar della rockstar preferita.

Il primo segnale fu nel gesto di quell’altro bambino che, con un libro di carta tra le mani, cercava di far scorrere le figure come su un touch-screen. Per lui la realtà aveva evidentemente già preso la fuga  verso  quell’altra direzione dove tutto diventa possibile e di conseguenza lecito, quindi giusto. Logico che bambini come lui arrivino a maneggiare con la stessa disinvoltura pupazzi di gomma e berette o bombe a mano  ( e resta da capire come possano finire armi reali tra le mani di un bambino).

Ma non incolperei il metaverso, le intelligenze artificiali o la second life. Non più di tanto. Anche la Cappella Sistina è a suo modo un universo virtuale. Piuttosto la liquidità con cui negli ultimi anni abbiamo equiparato il vero al possibile, il maschile al femminile, il cattivo al buono,  l’uguale al diverso, può generare mostri e riportarci improvvisamente, con traumatica intensità, su quella soglia che ancora continua a dividere – e dobbiamo farcene una ragione – la luce dalla tenebra. Tutto il resto sono favole.

Ecco: favole. Torniamo a raccontarle. Ai bambini, e anche a noi stessi. Servivano proprio a questo. A non confondere i piani. A garantire un riparo, a mantenerci seri e veri. Senza quelle sottili linee di demarcazione, senza la consapevolezza  e il coraggio delle differenze, la realtà diventa una jungla e finiamo tutti allo scoperto. Ma non di un semplice colpo di pistola. Della follia.

 

9 gennaio 2023

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