Per ascoltare invece di leggere:
Bisogna gettarsi nel fuoco a salvare qualcuno per essere eroi? Penso a quei ragazzi di Crans tornati indietro a recuperare gli amici, a quel vigilante morto nel tentativo. Non solo eroi, ma angeli. Poi penso ovviamente ai tanti eroi del quotidiano, di cui nessuno parla, quelli che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena: eroi invisibili di ogni giorno che lavorano sotto le intemperie, che si alzano di notte, che assistono i morituri, che vanno per cielo e per mare, che difendono i confini, che insegnano con pazienza a leggere e a scrivere… Lavori duri, di cui neppure ci accorgiamo.
E penso a una categoria “intermedia” di eroi: quelli che non si limitano a far fruttare i talenti evangelici, valorizzandosi e non disperdendo le proprie energie, ma che riescono a mettere questi talenti e queste energie a servizio degli altri. Non è poi così scontato. Quelli cui non basta godere per se stessi di ciò che fanno con competenza e con gioia, ma che mettono questo saper fare dentro un progetto più esteso. Quelli che fanno un passo in più, che schiacciano l’interruttore del proprio rendiconto o del proprio piacere per illuminare anche gli altri.
Ho assistito giorni fa al concerto di un piccolo gruppo di medici-musicisti. Sono amici e colleghi, condividono una passione, si divertono tra di loro quando escono dalla sala operatoria o finiscono il giro delle visite e non si limitano a scambiarsi pareri professionali: mettono in mezzo la musica. E allora? Un gradevole dopolavoro, si dirà: succede in tante fabbriche, aziende, anche ospedali etc. Ci sono quelli che organizzano partite di calcetto, chi i tornei di burraco, chi gare gastronomiche…
I medici musicisti invece in questo caso suonano per dotare di de-fibrillatori scuole, stazioni, supermercati, luoghi pubblici in genere. Tre Cuori per la Musica è una APS, che vuol dire “associazione di promozione sociale”: ne apprendo l’altro ieri il significato dalla front-woman del gruppo, la dolce e insieme grintosa Alina Mungo, voce alla Amy Winehouse, moglie dell’aritmologo chitarrista Marco Rebecchi, che passa con disinvoltura e carattere da brani di Sting a pezzi di Michael Jackson, da vecchie canzoni di Mina a classici del jazz o della musica brasiliana. Fatico a immaginare in camice bianco il batterista Massimiliano Millarelli o il chitarrista Graziano Longo, rispettivamente chirurgo vascolare e chirurgo generale, ma sono sicura che nella loro professione la musica non li abbandona mai. E non solo perché mentre operano magari ascoltano in cuffia, per rilassarsi, i brani preferiti, ma perché per loro, evidentemente, la musica è un modo di stare al mondo. Per alcune persone cioè la musica non è un semplice sottofondo più o meno discreto, una abilità o un passatempo o una consolazione. Per alcune persone stare nella musica comporta concepire e realizzare l’armonia, sapere di essere note su un pentagramma, ciascuna indissolubilmente legata all’altra.
Nella prefazione a un suo libro, il pittore Alberto Savinio, fratello del più noto Giorgio De Chirico, scriveva “Non può esservi civiltà senza musica. La musica insegna a stare: a stare in compagnia o a stare soli. (…) La musica dà il sentimento corale, ossia unisce e chiarisce il senso di nazione. La musica ci mette in comunicazione col moto dell’universo e col nostro proprio movimento interno. La musica insegna a vivere, nel senso più profondo e metafisico della parola. E quella sola società sarebbe perfetta ove tutto quanto, uomini e cose, si movesse a suon di musica”.
Grazie perciò ai componenti di Tre Cuori per la Musica, e a tanti altri come loro, che sanno mettere insieme scienza e arte, competenze tecniche e generosità, vigilanza medica e passione. Sono tra i primi a mettere in pratica l’utopistica visione di Savinio: i primi a muoversi – uomini e cose- a suon di musica.
6 gennaio 2026
