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ADDOMESTICARE IL MOSTRO

Quando me ne andai da casa, mio padre mi regalò un disegno. Era il commiato di un padre verso una figlia che lasciava la famiglia d’origine e anche la sua benedizione, il suo testamento, la sua più profonda lezione di vita.

La donna distesa mollemente appoggiata sul proprio braccio sinistro sembra offrire con un gesto ampio e generoso frutti della terra che lasciano intravedere anche vaghe costruzioni architettoniche, chiara allusione a opere dell’uomo. Ecco dunque sul vassoio davanti a lei doni naturali e capacità tecniche, grappoli d’uva e opere dell’ingegno. Mentre offre questi beni con gesto molle del braccio e della mano destra, altrettanto mollemente, col bracco sinistro, la donna sembra schiacciare un mostro, che fa capolino da sotto la sua ascella. Chi è quell’essere? Non sembra importarle. Oppure sembra conoscerlo bene. In ogni caso non sembra usare molta fatica nel gesto di comprimerlo o forse di proteggerlo, al contrario. Il mostro appare essere da lei serenamente accettato come una presenza inevitabile, nonostante l’ aspetto inquietante.

Quella giovane donna, così intensa e malinconica, sono io. Mio padre sapeva perfettamente delle tempeste che stavo attraversando, a causa di un pesante esaurimento che mi stava rendendo la vita difficile da almeno due anni, e che mi portò appunto a uscire di casa per cercare di dare una svolta alla mia esistenza. Non sprecò mai una parola in proposito, ma in questo disegno mi diede una lezione fondamentale, più efficace, più rispettosa e anche più pudica di mille discorsi. O almeno questo fu ciò che io ne trassi: la vita è un dono, anzi è la trasmissione di un dono. Non si può offrire che ciò che si possiede, e tutto ciò che si possiede, lo si è certamente ricevuto in dono o in lascito da qualcun altro. Nello stesso tempo, c’è sempre un personaggio oscuro che ci accompagna, un partner sinistro che è giocoforza imparare a tollerare come una parte di noi, tenendolo a bada col minimo sforzo, con rassegnata serenità e giusta padronanza. Dobbiamo portare la stessa gratitudine verso la luce e verso la tenebra: consapevoli di ciò che abbiamo ricevuto e che possiamo donare, non possiamo che imparare a convivere con ciò che ci turba.

Non è facile accettare questa doppiezza: le ombre oscure che sembrano a volte prendere il sopravvento ci fanno sentire scissi dall’orgoglio che potremmo provare per le ricchezze di cui disponiamo. E del resto, mentre da una parte la donna lascia generosamente andare qualcosa di prezioso, dall’altra sembra trattenere il volto disgustoso proprio per appoggiarsi su di esso, quasi a trarne forza e stabilità. Due spinte uguali e contrarie: volare e inibire, lanciarsi e domare, librarsi e schiacciare. Due spinte contrarie che tuttavia alla fine generano equilibrio, perfino armonia.

Quando Hegel sviluppò la dialettica (la famosa triade tesi-antitesi-sintesi) inventò un vero molto efficace, intraducibile in italiano: aufheben, cioè superare conservando: andare avanti facendo tesoro di ogni negatività, “adottare” il mostro e trattarlo come uno di famiglia.

Quando ho un momento di sconforto, torno a contemplare questa immagine, fonte per me di profonda pacificazione. Mi racconta sempre qualcosa di nuovo. E mi ricorda che solo appoggiandomi sulle mie paure ho costruito le mie poche, confortanti certezze.

 

 

26 ottobre 2022

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