Per ascoltare invece di leggere:
Il mese di luglio ha trentuno giorni, dicono. Falso. Ne ha almeno sette in più. Lo so da quando, ai tempi della scuola media, passavo le estati da sola in città: figlia unica e nipote unica in una famiglia e in un tempo che non andavano per il sottile circa gli eventuali turbamenti psichici di una ragazzina o le sue esigenze di socialità e di svago. Mi trovavo in un oceano di solitudine, di noia e di ignavia, nel mezzo di un guado temporale ed esistenziale (l’ingrata pre-adolescenza) che sembrava non finire mai, solo al termine del quale, sempre troppo lontano, c’era l’atteso ritorno a scuola, un porto lontanissimo in cui avrei riconquistato la certezza di non essere l’unica sopravvissuta a un’apocalisse.
La mia ipocondria nacque non a caso in un luglio di tanti anni fa: avvertivo dolori inesistenti, ero certa di trovarmi alla vigilia della fine, vomitavo senza mangiare nulla e non avevo voglia di nulla.
A quelle della mia generazione venivano insegnati i lavori femminili. Di quella tragica estate c’è infatti un patetico reperto che testimonia la mia esordiente perizia manuale nonché uno dei pochi rimedi certi proposti da mia madre per curare ogni malinconia: lavorare ai ferri! Il reperto è una sciarpa lunghissima, lunga quanto la mia estate, fatta di avanzi di lane multicolori, ricucita su se stessa, come me. Un lungo serpente inutile, mai utilizzato come sciarpa, impregnato dei miei sudori e dei miei tristi pensieri di allora, testimone di quell’agonia. Avrei desiderato tanto giornate colorate allo stesso modo, invece le mie erano tutte grigie e tutte uguali.
Da allora, io so con certezza che luglio non ha trentuno giorni ma almeno trentotto. L’estate per me è sempre un po’ più lunga di quanto affermino gli stupidi calendari. Altro che sogni di notti di mezza estate che William Shakespeare poteva immaginarsi luminose e fresche, lì tra le sue brume del nord. Da noi l’estate non è mai mezza, ma più che intera. E’ ridondante, eccessiva, sovrabbondante, gonfia….
Ancora oggi, che sono quasi vecchia, allo sgocciolare lento di luglio sento incombere un rallentamento ulteriore, un diradarsi di pensieri, un infinito frinire di cicale e un’avanzata inesorabile di calura: ottobre è lontano, la dispersione dei corpi in mareggiate di sudori ricorda la dispersione delle anime, mentre lo spopolamento delle città richiama la solitudine esistenziale cui ciascuno di noi è destinato, nonostante le smaccate pubblicità di pirotecniche crociere e di irripetibili viaggi esotici cerchino subliminalmente di convincerci del contrario, che siamo destinati a divertirci insieme, in una infinita comitiva di spensierati gaudenti. E invece… di infinito qui c’è solo l’estate quando è estate. Tra qualche giorno sarà il trentadue, poi il trentatre, il trentaquattro, fino al colmo del trentotto luglio: come suona piena e carica di minacce di altiforni, questa data…
Il primo agosto segnerà poi forse l’inizio della tregua, quando la stagione inizierà a declinare verso la sua piena maturità dal sapore d’uva. Ma non illudiamoci. Altri undici mesi e luglio, coi suoi trentotto giorni di fuoco, sarà di nuovo qua.
29 luglio 2025
