
Per ascoltare invece di leggere:
Era un giornalista e uno sceneggiatore di fumetti, l’ideatore della serie de Il commissario Spada, disegnata da mio padre da Gianni De Luca e considerata una delle più importanti degli anni settanta. Gian Luigi Gonano è morto lo scorso 28 giugno nella campagna pavese dove si era ritirato da tempo. “La vita di campagna mi piace e mi è congeniale”; mi scriveva qualche anno fa.
Aveva iniziato la professione a venticinque anni lavorando a Milano nella redazione del quotidiano “La Notte”. Per un breve periodo aveva vissuto a Parigi, traducendo racconti e romanzi di fantascienza per la rivista “Gamma “. Poi di nuovo a Milano, assoldato da Rusconi e da “Il Giornalino”, per i cui lettori inventò appunto Il commissario Spada. Pur continuando l’attività giornalistica, non aveva mai smesso di sceneggiare fumetti: aveva siglato infatti per Sergio Bonelli Editore alcune storie di Dylan Dog e Nick Raider.
Recentemente aveva ricordato sulla rivista “Fumetto” dell’ANAFI quando gli fu proposto dalla redazione de “Il Giornalino” di scrivere un soggetto originale per un fumetto poliziesco di ambientazione italiana. “Il protagonista doveva essere un poliziotto abile, coraggioso, umano, una figura ‘educativa’. Purtroppo per i lettori de “Il Giornalino” non sarebbe stato possibile introdurre storie prese direttamente dalla cronaca nera, che sono quasi sempre all’insegna di soldi, sangue, sesso. Così abbiamo cominciato a ridefinire il modello.” Ecco, questa ridefinizione del modello (ma d’altra parte anche tutto il resto della serie) comportò un costante travaglio creativo tra lui e mio padre, di cui all’epoca ero testimone in parte critica in parte scettica. L’uno a Roma, l’altro a Milano passavano tesissime e intense ore al telefono. Mi chiedevo che cosa ci fosse tanto da discutere intorno a un fumetto, che all’epoca mi pareva robetta da ragazzini. La risposta venne di recente da Gonano stesso sulla già citata intervista per l’ANAFI, durante la quale per un momento sembra condividere il mio stesso scetticismo dell’epoca:
“Confesso che, in fondo in fondo, ero convinto che il fumetto fosse una forma espressiva minore, una lettura adatta a chi legge poco e superficialmente. Mi sembrava che non potesse superare i suoi limiti espressivi originali… Ma la proposta de “Il Giornalino” mi ha stimolato a tentare di raggiungere quello che mi sembrava mancare al genere: profondità, espressività, intensità. Buona, l’idea: ma come trasmetterla al disegnatore? Tentavo di visualizzare mentalmente sensazioni, emozioni, atmosfere, immagini mentali forse impossibili da rappresentare graficamente. Abbondavo nelle descrizioni, nei dettagli, nei riferimenti (…) e De Luca ha dimostrato che era possibile rappresentarle per immagini. Ha dimostrato che il fumetto poteva avere un’espressività che eccedeva i limiti del genere. In altre parole: che poteva essere veramente un’arte.”
Commovente oggi ricordare quanto i due cercassero di “pilotarsi” a vicenda nel creare quello che oggi è considerato un capolavoro di genere: se Gianluigi abbondava nella descrizione delle atmosfere, aspettandosene forse una traduzione fedele per immagini, mio padre andava per conto suo, inventando soluzioni e mood inaspettati: ma proprio quell’eccedenza di parole del suo co-autore, di cui leggeva attentamente ogni appunto, gli era essenziale per andare oltre. Pur rispettando la sceneggiatura, mio padre si permetteva di disubbidire allegramente alle indicazioni di impaginazione. Tanto che una volta Gonano – come racconta lui stesso – arrivò a pensare che il suo lavoro di descrizione delle scene “non servisse a niente”, perché le tavole di mio padre erano molto diverse da come le aveva immaginate.
Sempre dalla stessa intervista per la rivista “Fumetto”: “Sbagliavo. Una volta che avevo protestato, lui mise le cose in chiaro. Disse: «Non cambiare modo di scrivere. Il tuo testo va bene, è quasi un romanzo bell’e pronto. Continua così. Le immagini però sono un compito mio, una mia responsabilità».”
Ecco dunque su che cosa si stuzzicavano a vicenda tra Roma e Milano i due padri del commissario Spada. Oggi considerato ben più e ben altro di un semplice fumetto.
Ed ecco anche le risposte alla mia sussiegosa indifferenza di allora verso il fumetto in genere, verso tanto impegno professionale, dall’una e dall’altra parte, per qualcosa che era destinato “solo” a un giornaletto per ragazzini. Ma solo la profonda consapevolezza professionale per ciò che si fa e il rispetto per chi ne farà uso, garantiscono la qualità e l’efficacia di ogni risultato. Su questo mio padre mi avrebbe tappato la bocca più di una volta e la stessa evoluzione della critica gli ha dato ormai universalmente ragione.
Tornando a Gianluigi. Verso di lui ho sempre coltivato un’ammirazione silenziosa e imbarazzata da collega più giovane e anche più disimpegnata. I suoi tormenti creativi – specie a contatto con il perfezionismo di mio padre – li condividevo a prescindere. Gli sono grata in particolare di avere attinto, per gli ultimi episodi della serie di Spada, allo scottante tema del terrorismo, in quegli anni di tragica attualità. E mi dispiace non avere intrattenuto con lui più scambi epistolari di quanto non abbia fatto, proprio a causa di questa mia forse immotivata soggezione. Gli sono grata anche di avere saputo da lui stesso della malattia che lo ha portato alla morte, di cui mi diede notizia qualche mese fa con la consueta, composta, elegante sobrietà. “Non fare quella faccia, adesso”, mi scriveva. Evidentemente il fumetto lo aveva ormai irreversibilmente contagiato a tradurre una notizia in un’immagine.
E mi piace chiamarmi Laura come sua figlia e come il personaggio di una delle prime storie di Spada. In qualche modo, sono diventata anche io sua figlia e figlia anche sua, oltre che di mio padre. Insomma figlia del commissario Spada e di quegli anni così tesi, così cruciali.
7 agosto 2026
Nella foto: Gianluigi, a destra, insieme a Edoardo Chieregato della associazione Hamelin, nel 2008 a Bologna, in occasione della mostra “De Luca, il disegno pensiero”.
