Per ascoltare invece di leggere:
So perfettamente che gli amici ebrei hanno da sempre i nervi scoperti. Che neppure la costituzione dello stato di Israele è mai bastata a traquillizzarli dalla percezione di minacce incombenti, e che le loro brillanti intelligenze, anche dei più giovani, devono ancora vedersela con il fantasma dell’olocausto, con la millenaria sindrome del perseguitato. E so anche – o forse immagino – che è proprio questa condizione di precarietà, vera o presunta, ad avere alimentato nei millenni le loro brillanti intelligenze.
So anche – leggo in questi giorni – che, a causa dei recenti attacchi contro l’Iran, si va diffondendo un comprensibile e diffuso sentimento anti-israeliano.
So anche perfettamente che “ebreo” e “israeliano2 non sono termini equivalenti o interscambiabili: possiamo avere ebrei italiani, americani, russi, perfino tedeschi, e non necessariamente di nazionalità israeliana. Così come possiamo trovare cittadini di Israele di religione diversa da quella ebraica, anche se in piccola percentuale.
E tuttavia, il rabbino di Roma Riccardo Di Segni mi tappò una volta la bocca quando gli chiesi che posto avesse Dio nelle giornate di un ebreo. Quasi si mise a ridere per la “scorrettezza” formale della domanda. Per un ebreo Dio non ha “un posto” nelle sue giornate, Dio è la vita stessa di ogni ebreo autenticamente credente.
E’ allora evidente che, al pari dell’Islam, l’ebraismo finisce per innervare anche l’esperienza politica e civile, come d’altra parte tutto il resto, nella vita di un credente. Noi cattolici italiani ce la siamo cavata con le Crociate e con la modestissima esperienza (iniziata e conclusa) della Democrazia Cristiana: per il resto la separazione fra Chiesa e Stato è scolpita bella chiara nella nostra Costituzione e nei suoi annessi.
Israele non è una teocrazia come Iran o Afghanistan o Città del Vaticano. E tuttavia il credo religioso finisce per mischiarsi intimamente, inevitabilmente con la vita politica. Ed è da credere che gli israeliani che sostengono l’attacco statunitense all’Iran siano in maggioranza israeliani ebrei. O dobbiamo supporre che siano solo quella piccola percentuale di israeliani non ebrei?
Ora. L’attesa messianica è un grande vantaggio per un popolo. Mantiene alta la tensione, garantisce la certezza che i tempi non siano ancora “finiti”, che sia necessario vigilare, essere pronti, combattere, sperare nella salvezza e in una autentica redenzione… Questa eterna vigilia è -credo- la grande forza dell’ebraismo. Che contemporaneamente però lo espone al giudizio e alle aspettative del mondo. Questa grande forza è anche il culmine del suo preteso “primato” morale. Che dovrebbe essere messo alla prova dei fatti, e non basarsi esclusivamente sulla tragica “rendita” delle persecuzioni passate.
Fatta questa lunga premessa, eccomi al punto: mi piacerebbe immaginare, magari anche insieme ai miei amici ebrei, che cosa direbbe loro il loro Messia, se arrivasse domani. O che cosa immaginano che dirà loro, quando arriverà.
Scherza coi fanti ma lascia stare i santi, si dice. Mi faccio coraggio e ipotizzo una scena paradossale, ma non scherzosa né risibile: che il loro Messia ripeta in sostanza quello che a noialtri ha già detto Gesù Cristo (Ama il tuo nemico e porgi l’altra guancia).
Pecco di scarsa fantasia, non riuscendo, da cristiana, a immaginare lasciti più profetici e più salvifici di questo? Ma posso anche sforzarmi e ricorrere al Vecchio Testamento a Isaia, che immagina un futuro in cui le nazioni trasformeranno le spade in aratri. O a Ezechiele, che attende il tempo in cui nasceranno “un cuore nuovo e uno spirito nuovo”…
Se così fosse, se così sarà, se il Messia tanto atteso dal popolo ebraico annunciasse anche una sola di queste tre visioni, come la metteremmo allora con la presenza totalizzante di dio nella vita di un ebreo che fosse anche cittadino israeliano, magari primo ministro o capo dell’esercito o pilota di un jet che lancia missili di precisione su gente innocente?
In attesa di risposta.
6 marzo 2026
