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NON SONO SICURA DI AVERE CAPITO

Non sono sicura di avere capito che cos’è lo spirito. Né se ho uno spirito anche io. Nonostante i miei studi, nonostante la mia frequentazione di ambienti di fede, nonostante la mia età, davvero brancolo nel buio.

Il corpo lo conosco, lo abito, lo tocco: il mio, l’altrui. Seduce, cresce, invecchia. Dispensa dolori, piaceri, ferite, carezze.

L’anima – o l’animo? o la mente? – la/le posso intuire. E’ tutto quello che è in me, in noi, ma non si vede. Quello che, anche se manca la prova tangibile, certamente esiste. Una volta un bambino chiese a papa Benedetto XVI come è possibile che Gesù sia presente nell’Eucarestia dal momento che non riusciva a vederlo. Ed ecco la risposta immensamente semplice del papa: “… ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere ecc… Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L’elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo.” Era giusto un 15 ottobre dell’anno 2005. In occasione dell’incontro di catechesi e preghiera con i bambini della Prima Comunione, in Piazza San Pietro.

Parole semplici destinate a un bambino, e che anche io arrivo a capire, trasferendole al mio dubbio sulla parte “immateriale” di me stessa. L’anima è in me e esiste anche se non la vedo o non la tocco, ma ha effetti certi. Bene, ci sto, ci credo. Lo accetto.

Ma lo spirito? E’ solo una variante terminologica? Le parole sfumano le une nelle altre: anima e spirito a volte le usiamo come sinonimi e non ci accorgiamo che forse ci perdiamo il meglio.

No, lo spirito –  il nostro, se ne abbiamo uno – deve stare da tutt’altra parte. Intoccabile e invisibile, dev’essere ancora qualcos’altro.

Stasera abbiamo ricordato Ester Gamaleri, a un anno dalla morte, per iniziativa di suo marito Gianpiero. Abbiamo ricordato, anche con i figli, con padre Lombardi e altri amici, l’entusiasmante testimonianza cristiana di questa coppia: proprio durante la malattia di lei, Gianpiero avvertì nettissima, tra loro, la presenza dello Spirito Santo. Erano sempre stati in tre, in quel matrimonio: gli sposi e Dio. E di Spirito Santo si è parlato questa sera. Perciò mi sono dovuta interrogare in proposito, un’altra volta: davanti a Ester morente, un anno fa, intuii per un istante Dio-terza-persona grazie a quella specie di reinnamoramento fuori tempo di Gianpiero, che riscoprì, rivide sua moglie bella proprio sul letto di morte. (Un Dio terzo incomodo ben diverso da quello antropomorfo maschio e baffuto dei dipinti michelangioleschi che aveva occupato le mie fantasie infantili pre-conciliari). Un anno fa, l’ho già raccontato, intuii così il Dio che capovolge la realtà, che ti invita a sprofondare a testa in giù nelle cose di tutti i giorni mostrandotele come non le hai viste mai: perfino la morte ridiventa amore.

Ma io, che ho a che fare in tutto questo? Se non c’è scampo a questo Dio-terza-persona che attraversa tutto il nostro tempo, le nostre giornate, i nostri minuti e secondi, dov’è, in me, il trampolino per tuffarmici dentro, per assecondare la sua divina “follia”, quella che lo  fa soffiare dove vuole? Dov’è, in me, questo spirito? So di avere in me qualcosa che non  vedo e non tocco, ma in che cosa il mio spirito, se ne ho uno, è diverso dalla mente o dall’anima, da quello che sento, che avverto, che provo e che penso? In che cosa lo distinguo da altro che è invisibile in me, e grazie a questo mi riconosco? Ancora vago nel buio. E se sprazzi di felice intuizione mi sfiorano, per felici coincidenze, presto ricado nel pesante del corpo, o delle pur sempre corporee emozioni, dei pur sempre corporei pensieri, ancora e sempre sempre legati alle seduzioni della materia.

Forse sono ancora un feto spirituale. Forse il mio spirito deve ancora nascere. Sta ancora sepolto in un sasso in fondo al mare. Mi serviranno secoli o chissà quante altre vite e morti e resurrezioni per capire che l’onda che lo culla è Dio, e che, anche prigioniero in quel sasso in fondo al mare, anche ancora non nato, il mio spirito è già parte di quel mistero.

 

15 ottobre 2026

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