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ALTROVE MA NON TROPPO

 

Per ascoltare invece di leggere:

E’ il teatro che fa il quartiere o il quartiere che fa il teatro? In tempi moribondi per il mondo del palcoscenico, quando teatri stabili e “instabili”, piccoli e grandi, pubblici e privati, prestigiosi o periferici lamentano carenza di pubblico e di entrate sufficienti a mantenersi in vita (ma forse farebbero bene a lamentare anche la carenza di idee nuove) fa pensare la storia ormai quasi decennale del teatro romano Altrove.

Innestato nel cuore di un quartiere popolare e popoloso come via Cipro e dintorni, tra le mura vaticane, il Trionfale e il Delle Vittorie, l’Altrove teatro studio, diretto da Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, presenta in questi giorni il cartellone della stagione 2026 – 2027. Ma non parlerò di questo, si possono trovare dettagli sul sito https://www.altroveteatrostudio.it/stagione/, preferisco invece segnalare l’interessante e ripetuto contagio, negli spettacoli in agenda nei prossimi mesi, fra prosa e musica, insieme  alla qualità delle proposte, e soprattutto allo slogan di questa stagione, che sembra essere poi l’obiettivo costante dello staff: per una realtà sostenibile.

E che cosa può realmente sostenere un teatro piccolo e qualificato come l’Altrove in un momento di tale gravità generale per il paese e per il mondo intero? Che cosa può affrancare professionisti della scena dal sospetto di irresponsabilità civile, cosa può assolverli dall’accusa di dimenticare i drammi reali per rifugiarsi nell’effimero e autoreferenziale gioco del teatro? Mi ha risposto personalmente Ottavia Bianchi: la consapevolezza di essere un teatro innestato nel territorio. Ovvero nella realtà. Lungi dall’essere considerato una diminutio, lo status di teatro di quartiere restituisce all’Altrove, anche se in piccolo, la missione originaria e gloriosa del teatro così come era concepito nell’antichità: un luogo di incontro reale con la polis, una fusione diretta con i problemi quotidiani delle persone: dai giovani che si iscrivono alla scuola di recitazione, agli anziani che non tirano via di fronte al numero 53 di via Giorgio Scalia (era l’accesso a un garage, e tutto il teatro era un garage ), ma si  imbucano a domandare dei prossimi spettacoli,  trovando così  uno spunto per non restare chiusi in casa la sera, ma per incontrarsi anche tra loro e, vivaddio, tornare a scambiarsi qualche idea. Certo, favorisce il fortunato circolo virtuoso la natura resiliente di questa porzione di Roma, dove sono ancora pochi gli invadenti empori cinesi, e dove si possono incontrare ancora botteghe autentiche come quella di un riparatore di bilance, come officine, panifici, vecchie salsamenterie, come qualche rediviva boutique per signore, o come il negozio di sole spezie (i cui proprietari hanno tenuto ad affiggere in vetrina l’avviso “in questo negozio non si festeggia Halloween”), e come perfino una nuova libreria.

Segnali di rinascita locale? Di risorta coscienza civica? E’ dal piccolo che comincia a muoversi il grande: che sia la presenza dell’Altrove Teatro Studio ad avere lentamente e progressivamente contribuito al risveglio di un quartiere da loro stessi definito dormitorio, o che il dormitorio si sia svegliato di suo, anche provocato da questa piccola, prestigiosa impresa culturale, poco conta. Conta l’entusiasmo di chi la gestisce, di c hi la freqeunta, lo spirito di accoglienza e di attenzione al proprio lavoro, nella consapevolezza di non essere attori di una fuga altrove ma di una immersione integrale nella realtà vicina e presente. Diversamente l’altrove più altrove di tutti rischia di diventare l’animo umano.

 

29 ottobre 2026  

 

Nella foto: Giorgio Latini e Ottavia Bianchi (quarto e quinta da sinistra) alla conferenza stampa di presentazione, questa mattina, della nuova stagione di Altrove – Teatro Studio

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