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GRATI PER UN CLIC

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Che cosa sarebbe la nostra storia umana senza la fotografia? Dalla fine dell’ottocento la storia è stata raccontata in altro modo. Sono entrati in scena i reperti audiovisivi: fotografie, registrazioni audio, film… Abbiamo dato volto e voce a condottieri, papi, tiranni, principi e poeti…

Una buona parte del secolo ventesimo è stata raccontata dall’obbiettivo fotografico di Carlo Riccardi, di cui si è inaugurata ieri la retrospettiva Carlo Riccardi 100 – Verso l’Umano, al We GIL di Roma, complesso monumentale di marca fascista, di indiscutibile fascino architettonico, firmato da Luigi Moretti, si  a suo tempo destinato alla Gioventù del Littorio e di recente “riabilitato” per ospitare eventi di varia natura.

La mostra – aperta fino al 28 novembre – presenta oltre 250 stampe che spaziano in ambiti diversi: il mondo dello spettacolo, la cronaca, l’attualità, la politica, il costume, l’Italia e non solo. Riccardi ha documentato una fetta importante del novecento con uno sguardo instancabile e sempre giovane. Tale appariva infatti “Carletto” anche passati i novanta, sempre sostenuto dai suoi figli, Maurizio in particolare, complice anche il suo gusto per la pittura che ha praticato con vivaci risultati, in piccola parte esposti, anche questi, nella stessa rassegna fotografica.

Evidentemente il fotografo è consapevole, quando punta l’obiettivo su un volto, una scena,  un paesaggio, di fotografare con ciò anche se stesso. Ogni fotografo deve essere cosciente di quanto il proprio obiettivo sia sempre e comunque un Giano bifronte capace di ritrarre l’oggetto e anche il soggetto: dalle foto di Riccardi – specie quelle che riprendono il costume italiano, l’Italia nella ripresa nel dopoguerra, le difficoltà, i segni del conflitto su cose e persone – arriva prepotenteil suo sguardo, però ma non solo quello con cui guardava le cose, quanto quello con cui ancora oggi guarda noi, con una sfumatura di consapevolezza e di dolore sulla realtà documentata, interrogandoci se dello stesso dolore e della stessa partecipazione siamo capaci anche oggi.

La fotografia è l’arte dell’attimo, si dice. Grazie anche alla tecnologia, oggi sarebbe teoricamente possibile documentare ogni istante della nostra vita, ininterrottamente cliccare con facilità su ogni singola sfumatura di gioie, rabbie, entusiasmi, pentimenti. E i circa tre milioni di negativi che compongono l’archivio Riccardi potrebbero risultare a confronto ben poca cosa, se decidessimo di passare la nostra vita solo a documentarla. La provocazione del nostro tempo sembra essere questa, col rischio incombente di dover inaugurare a breve – già lo sperimentiamo sui nostri smartphone – il gravoso problema dello smaltimento delle foto, dell’inflazione delle immaigni. Troppi clic potrebbero sommergerci come rifiuti tossici. Perché la vita è vita presente, prima che vita documentata. La carriera di Carlo Riccardi, nata ovviamente in ambiente analogico e pre-digitale, ci insegna che anche per catturare l’attimo è necessario tempo, e tempo di qualità: di osservazione, elaborazione, selezione e scelta, in cui anche il caso ha un ruolo importante nel successo di una fotografia. La furia documentale cui ci istiga in questi tempi la tecnologia rischia invece di appiattire e omologare il nostro sguardo rendendolo il mero esecutore bulimico  di un obiettivo digitale, sempre perennemente acceso

Contemplare gli scatti “lenti” di Carlo Riccardi ci reintegra in quella pienezza di gratitudine verso l’arte fotografica riaddestrandoci a guardare il mondo con rispettosa attenzione.

 

4 novembre 2026

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