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AMORE MANIFESTO

Manifesto d’amore oppure amore manifestato, epifania d’amore? Certamente l’autore della raccolta Amore manifesto, Ennio Cavalli, (edizioni La nave di Teseo) ha cercato di proposito il doppio senso, e lo dichiara apertamente. Un po’ “doppio” del resto è anche lui, se non altro in quanto professionista della parola: poeta e anche giornalista. Oppure giornalista pentito e poi poeta. Ma quale il miglior ordine di precedenza? Da una parte la realtà spesso cruda che deteriora oppure annoia, dall’altra la volatilità e l’eternità del sentire: che cosa è più facile raccontare, con le parole? Che cosa è più inevitabile?

Forse proprio a causa di questa felice ambiguità, Cavalli sente quasi il bisogno  di giustificarsi per questi suoi versi così intitolati. Scrive, nella breve introduzione: “Un poeta può sporcarsi le mani in due modi. O con la poesia civile o con la poesia d’amore”. Sporcarsi, Cavalli sa sporcarsi molto bene, in effetti. Nell’aggettivo “manifesto” suona anche l’allusione, altrettanto manifesta, a uno dei più radicali quotidiani italiani… E difatti: uno pensa alla poesia d’amore e gli vengono in mente le elegie, le divagazioni sentimentali, Dante e Beatrice, il Canzoniere di Petrarca, i Sonetti  di Shakespeare, Catullo, Neruda, Dickinson, Saffo… Levigate confezioni e variazioni sul tema del “ti amo”. Cavalli quasi se la ride di certe debolezze di titolati suoi colleghi  e dichiara fin dal principio che il suo metodo sfiorerà piuttosto l’esagerazione, il contagio, il cambio di prospettiva. Senza escludere la cinica, non espressa consapevolezza, che l’amore non è sempre così innocente, e tanto meno limpido. “Nella vita di tutti i giorni sarà pur capitato che, tra canto e disincanto, prevalesse il disincanto”– provoca, alludendo a qualche inglorioso esempio di una poesia d’amore usata come gancio predatorio per l’ingenua di turno da portare a letto. Ma poi il poeta si sdoppia di nuovo e a tanto disincanto ad arte evocato contrappone una specie di sfida morale:  “Certe poesie, malgrado tutto, hanno un potere pulente, funzionano da detersivo. Dobbiamo trovare in noi stessi e riscoprire negli altri virtù diafane e derelitte, sigillate nel loro scrigno, un tempo cantate come spettacolari, cardinali, universali e oggi in gran parte neglette”.

A questa dichiarazione di intenti “restauratori” del poeta che introduce e quasi spiega se stesso, fa quindi seguito lo spettacolo pirotecnico dei suoi liberi versi. Liberi versi in libero amore. E qui avviene il piccolo miracolo: da una poesia che evoca i colori di un cartone animato, gli eccessi di una vignetta umoristica, i ritmi di un siparietto da avanspettacolo, riesce ad emergere, con misteriosa levità, la solennità del sentimento che torna a manifestarsi eterno. Accade grazie a insoliti protagonisti della contemporaneità invocati come bizzarri coristi del canto d’amore di Cavalli: software e caffettiere, Smart e totem elimina-code, uva sultanina e mercato dell’usato… Che c’entrano con l’amore? Eppure. Sono situazioni e oggetti di ogni giorno con cui Cavalli, volendo quasi demitizzare il mito amoroso, finisce scientemente per solennizzarlo, accompagnando il lettore dal sorriso a una inevitabile e commossa partecipazione.

Un percorso che Cavalli ha costruito con grande astuzia giornalistica, scegliendo non a caso di terminare la raccolta con Scarpe Rosse – Lettera a Mr Prossimo a uccidere. Beninteso: a uccidere una donna. E qui lo sporcarsi le mani con la poesia d’amore finisce per sovrapporsi allo sporcarsi le mani con la poesia civile. Percorsi che si riallacciano. Ma ce n’era davvero bisogno? Una postilla che scaglia nuovamente il lettore in mezzo alla crudezza dei titoli d’agenzia o di telegiornale per ricordargli ancora una volta le infinite varianti, anche purtroppo malate, in cui l’amore, nei nostri tempi, si fa …manifesto.

 

18 settembre 2022

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