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LA MUSICA INSEGNA A “STARE”

Io ho un cuore aritmico. Sono nata così, nulla di grave. E infatti non vado a tempo, non “sento” la musica. Ne ascolto tantissima, per un ostinato processo di compensazione e come terapia. Ammiro, amo e benedico i musicisti, dai professionisti più acclamati in qualsiasi genere ai  più sconosciuti dilettanti. Il mio sogno è suonare in un’orchestra, riuscire a sintonizzarmi o a insinuarmi nel ritmo di altre persone, generare un’armonia. Dovrebbe essere il sogno di tutto il genere umano, in effetti. Alla parola “pace” io preferisco infatti la parola  “armonia”. La pace chiude e si chiude nei trattati, è utopica, forse perfino un po’ sterile e comunque instabile. L’armonia – quando la si raggiunge-  apre, produce, risuona, si forma anche nostro malgrado, benché ciascuno di noi possa contribuire nel suo piccolo a generarla.

Non “sento” la musica ma la ascolto sempre: mentre guido, mentre cucino, faccio la doccia, riordino l’armadio. Eccetera. Tutto diventa meno faticoso, io sono fluida, ho l’impressione di danzare e infatti certe volte danzo. Dentro e fuori di me, e chi se ne importa se faccio ridere, se sembro una che sgambetta e scalcia nel vuoto e nel silenzio perché magari la musica la ascolto a memoria o tramite due auricolari nascosti. E mi alleno ad ascoltarla anche nel silenzio, anche dove sembra non esserci e invece c’è: perché l’abbaio di un cane va a tempo col rombo di un motore, un clacson si inserisce perfettamente tra uno scroscio e un tuono, un uccello zampetta sul mio davanzale a tempo di jazz…  E poi vado ad ascoltarla/vederla fatta dal vivo, la musica. E allora mi sento guardona: fare la musica, fare l’amore.

L‘altro ieri, sabato 22 ottobre, all’Acustico Club, nel centro del quartiere Prati a Roma, si sono esibiti Michele Ascolese e Stefano Indino, rispettivamente alla chitarra e alla fisarmonica, che hanno di recente costituito il duo AcCordeOn. Due mie vecchie conoscenze. Qualche anno fa contribuirono entrambi, generosamente, al mio progetto Il cielo, CD prodotto dall’etichetta Diapason in cui diciotto compositori diversissimi per età, storia, estrazione, fama, formazione, carriera etc accettarono il mio invito, altrettanto generosamente, a scrivere ciascuno un pezzo ispirato al cielo.  (Mi aveva colpito una frase appiccicata sulla vetrina di un bar: “E’ quando sei disteso a terra che puoi guardare veramente il cielo”). Sabato io ero in prima fila. Il locale è piccolo, raccolto, ti abbraccia. I due AcCordeOn hanno suonato di tutto, come nella loro sensibilità: da pezzi originali a rivisitazioni di classici. Abbiamo riascoltato Gardel e La vie en rose , Rota e Morricone, abbiamo viaggiato da Parigi alle favelas brasiliane, da New Orleans ai sobborghi di Buenos Aires… Un’ora di instancabile, serrato dialogo fra due strumenti e due musicisti, un’intimità divertita e insolita: proprio quello che maggiormente mi ha commosso. Il succo del fare musica è il dialogo. Che può essere a due o estendersi a un’orchestra intera. In questo caso sono bastati due soli strumenti (e due musicisti). Due strumenti peraltro fra i più popolari  e portatili, facile vederli nelle saghe di paese o nel salotto di casa per intrattenimenti familiari, colonna sonora di due chiacchiere fra amici. Ma questi umili oggetti (e i loro “manovratori”) ci hanno incantato l’altra sera per ben altro, ricordandoci appunto la solennità dell’incontro, la possibilità del parlarsi in forza delle differenze.

Al dialogo siamo tragicamente disabituati. C’è chi fa musica per non poter dialogare con i propri simili e allora parla solo con il proprio strumento o al massimo con altri due che suonano ciascuno il proprio. Michele e Stefano hanno messo in scena l’essenza del dialogo. Che comporta studio, attesa dell’altro, rispetto dei suoi tempi, gusto, coraggio, intesa, freschezza, abbandono e godimento. Una sintesi perfetta, che rivela lo studio e la passione di anni, la chimica dei materiali (legno, metallo, madreperla, cartone pressato…) e soprattutto l’incontro dei cervelli e dei cuori. Li ringrazio per il disincantato, estemporaneo miracolo che ci hanno regalato e aspetto di tornare ad applaudirli al più presto in locali altrettanto “rispettosi” e accoglienti, ma anche in più strutturate sale da concerto. Perché non c’è mai abbastanza musica, in questo mondo. E non solo per chi non va a tempo come me.

La musica è elemento essenziale all’educazione. Non può esservi civiltà senza musica. La musica insegna a stare: a stare in compagnia o a stare soli. La musica insegna a camminare, a muoversi, a non urtare la credenza con le pile di vasellame sopra né a pestare i duroni della signora attempata che ci sta vicino. La musica guarisce dalla balbuzie: da quella orale e da quella mentale. La musica dà il sentimento corale , ossia unisce e chiarisce il senso di nazione. La musica ci mette in comunicazione col moto dell’universo e col nostro proprio movimento interno. La musica insegna a vivere, nel senso più profondo e metafisico della parola. E quella sola società sarebbe perfetta ove tutto quanto, uomini e cose, si movesse a suon di musica”. (Alberto Savinio)

 

24 ottobre 2022

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