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CAMMINARE NELLA CONTEMPORANEITA’

Da quanto tempo non ci capita di vagabondare per la città? Camminare e basta. Vagabondare senza meta. Senza fretta, senza scopo. Lasciandoci il tempo per guardare. Le case, le strade, le piazze, i ponti, le auto, le persone. Le cose intorno a noi e  di conseguenza quelle dentro di noi. Il poeta Beuadelaire aveva “inventato”  la figura del flâneur, il passeggiatore professionista, immerso esclusivamente nei propri pensieri scatenati dalla contemplazione del paesaggio. Sfogliando il piccolo, intenso libro Sacro e urbano di Isabella Capurso edito da Gattomerlino si riconquista questa posizione privilegiata, al seguito dell’autrice, flâneur dentro la contemporaneità e “cicerone” per noi lettori attraverso essenziali, fulminanti immagini scritte. Isabella è anche pittrice (vedi sopra) e non stupisce, data anche la visionarietà delle sue parole incendiarie, che proprio l’allenamento dello sguardo produca illuminazioni così potenti. Il tema del libro è la tragica dissociazione dei nostri tempi, l’incredulità che, nelle logiche della gobalizzazione, del mercato, della connessione perenne, “la nostra vita conti meno di niente”. Un piccolo, intenso libro che è un percorso di smascheramento sui falsi miti della contemporaneità. Apparentemente un pellegrinaggio metropolitano. Si citano luoghi famosi di città e varie città. Dal parco Lambro di Milano alla Esselunga, dalla Calabria a Parigi a Shangai, da Soweto a Nairobi. Si capisce che Isabella Capurso  ha molto viaggiato, che è una nomade dell’intelletto, una giovane donna che per lavoro o semplicemente per scelta ha fatto tante volte i bagagli nella sua vita. E fare i bagagli comporta porsi domande, condividere scelte, meccanismi di riscoperta e di adattamento, ripuntualizzazioni su ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, su ciò che è essenziale e ciò che è superfluo. Le parole, ad esempio: superflue e dannose se mistificate dal main-stream. Parole che nell’ampio utilizzo finiscono per slabbrarsi, perdendo “di elasticità. Di mordente. Ci ho guardato dentro e ho visto che la parola era un astuccio con dentro un altro termine.”

Lucida fino alla spietatezza, Isabella Capurso coglie particolari del suo film metropolitano da condividere con trasparenza assoluta, smitizzando anche certi miti intoccabili come ad esempio la tutela dell’ambiente: “Ci parliamo addosso. Ci siamo esauriti. E siamo pure vecchi. Il nostro cammino di civiltà ci ha fatto superare religioni e Narrazioni, tuttavia, essendo noi creature antropologiche, continuiamo ad assecondare il nostro bisogno di religione tramite totem di varia estrazione. Questi vanno dal buddhismo posticcio, ai soldi, al crudismo, al culto del sé tramite Social, il luogo dove ogni piatto di pasta è meritevole di una vetrina. Non ci possiamo rendere conto di quanta pulsazione di energia, rabbia e speranza ci sia in questi luoghi frenati dalla fame e dal post-colonialismo. Un viaggio nello spazio è un viaggio nel tempo, dicevano alcuni. Io prima ci credevo, ma poi ho visto km quadrati di terre rurali, in Kenya, vomitare plastica a ogni strato. L’aratro passava nel campo e rivoltava plastica e allora mi sono detta che il fatto che in Africa alcuni occidentali pensino di dovere andare a fare del bene e combattere le rivoluzioni degli altri, è l’ennesimo estemporaneo totem nostrano. Noi abbiamo pensato che nel Terzo Mondo ci siano i valori ‘come una volta’ e invece ci sono i vomeri che scavano nella post-moderna e pressocché indistruttibile plastica, al cospetto di masse di popolazione che cercano solo di vivere”.

Sento di dover ringraziare questa giovane autrice che ho sentito sorella fin dalle prime righe del suo testo, portatrice di un disagio che ci avvicina– o dovrebbe- avvicinarci tutti nella reciproca pietà e in una specie di inevitabile reciproco perdono, ma anche nella ricerca di senso. “C’è bisogno di dio in questa città. Un bisogno assoluto disperato di dio. Qualcuno si chiude dentro casa. Le case sono accatastate. Talvolta i vetri delle finestre rivelano una luce i candela. Sono quelli che si sono ricavati dio. A piccole dosi, qui e là”.

E la ringrazio perché nonostante la distopica desolazione qui fotografata, la sua piccola “guida” non ci lascia senza un respiro di speranza: alla fine del viaggio le tante visioni diventano una sola: “Tutte le cose inventate dall’uomo si mescolano in una sola immagine. In un tempo, Grecia antica, Andy Warhol, il grande cinema hitchcockiano, le Ande, i Musei Vaticani, la mia amica d’infanzia, la costiera amalfitana, il mio laboratorio allagato, tacchi a poco prezzo. La malinconia è una curva avvolgente a spirale. Nelle sue schiume si consuma il dolce latte di sottile mancanza. Nella mia anima vive un patimento sovversivo e un inestimabile amore.”

Un amore che comunque non dà scampo. Grazie, Isabella.

 

11 dicembre 2022

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