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CORRE L’ANNO 2070

Corre l’anno 2070 e finalmente è pace fra Israele e Palestina. I due popoli si amano. Non è più necessario che, come Giulietta e Romeo, Sara di Nazaret e Yussuf di Gaza celebrino di nascosto il loro amore o la loro amicizia commuovendo le cronache. Ora tutti sono in pace.

I detestati cambiamenti climatici e alcuni sommovimenti tellurici -ma forse anche la mano di Dio- hanno fatto sorgere improvvisamente nel Mediterraneo, esattamente a metà tra Tel Aviv e Gaza, un’isola più grande di Cipro, che, con l’accordo di tutti e la benedizione degli organismi internazionali, è stata chiamata “Palestina”. Al momento si sta dibattendo la costruzione del ponte che la colleghi alla terraferma, perché le integrazioni sociali, gli scambi commerciali e culturali possano farsi sempre più stretti fra i due popoli e i loro alleati. Che prosperano da anni in armoniosa e felice vicinanza. Una vicinanza reciprocamente fruttuosa, visto che il grande potere finanziario ed affaristico di Israele si sposa alla perfezione con le naturali ricchezze energetiche dei floridi alleati dello stato di Palestina.

Questo il migliore dei mondi possibili, la proiezione utopistica di quello che comportererebbe la auspicata pace in Medio Oriente, la composizione definitiva di un confitto più o meno latente da quasi ottanta anni. E’ quanto dicono di sognare e desiderare tutti, singoli stati e Nazioni Unite, politologi e gente comune, esponenti diplomatici e improvvisati inventori di raccolta firme perché il massacro si fermi una volta per tutte. Certamente tutti lo desideriamo, col cuore stretto al pensiero alle migliaia e migliaia di bambini, uomini e donne innocenti da una parte e dall’altra, vittime di questa follia.

Ma chi istituzionalmente invoca la pace, spesso segretamente alimenta la guerra. E anche in questo caso, purtroppo. Soprattutto in questo caso. Me ne sono convinta proprio fantasticando sul futuro possibile del conflitto.

Che cosa farebbe il resto del mondo in quel felice anno 2070, quando i due stati avessero raggiunto la tanto caldeggiata pace, e, più ancora, una fruttuosa alleanza? I due ex-contendenti sarebbero una potenza praticamente invincibile, a fronte della quale l’attuale smalto degli Stati Uniti, gli arsenali nucleari di Russia e Cina, l’emergente potenza tecnologica dell’India e dei paesi dell’estremo oriente non avrebbero più nulla da aggiungere o da sperare per sé. Un’alleanza arabo- israeliana annichilirebbe qualsiasi progetto di egemonia politica o commerciale da parte di chicchessìa, qualsiasi speranza di sviluppo o di sana, rispettosa globalizzazione. I due stati avrebbero, fusi insieme, l’energia degli integralismi e l’avanguardia  tecnologica, il petrolio e il denaro, la comunicazione e la finanza, insomma tutto, insomma le chiavi di un potere davvero planetario e inarrestabile. Senza più bisogno nemmeno di addestrare terroristi.

E allora quale pace possono sinceramente auspicare le autorità e i maître a penser mondiali fra i due poli oggi più potenzialmente “produttivi” del pianeta (produttivi ideologicamente e materialmente)? Qualcun altro, oltre a me, deve essere andato a fondo a immaginare quel futuro remoto che vedesse superate le annose contrapposizioni… E secondo una logica molto machiavellica, deve aver concluso: meglio che i due si scannino un po’ ogni giorno di qui all’eternità piuttosto che arrivare a darsi la mano, meglio che restino da una parte e dall’altra illusi di poter conquistare un giorno la supremazia, piuttosto che trovare un punto di equilibrio.

Diversamente, come sarebbe possibile che in quasi ottant’anni non si sia riuscito a dare seguito al promesso progetto di costituzione di uno stato palestinese? Diversamente, come sarebbe possibile che la storia si ripeta senza memoria dell’orrore perpetrato in luoghi come Auschwitz o Mauthausen? Diversamente, come sarebbe possibile sentire invocare ancora oggi la diplomazia di fronte a chi vive col coltello tra i denti, di fronte a chi prega e odia, di fronte a chi odia pregando e prega odiando?  Dopo la caduta del muro di Berlino, la lucidità della politica, nostalgica di bipolarmismi, alimenta questa comoda contrapposizione dentro cui riversare gli istinti protezionistici di tutto il pianeta. Senza scrupoli.

C’è qualcuno che ancora è disposto a morire per quello in cui crede? E allora lasciamolo fare. E lasciamogli credere che vorremmo fermarlo, tanto lo sappiamo che non è così. La guerra è santa non solo per i due beligeranti, ma anche per chi la sta a guardare. Ma attenti, signori. Attenti, guerrafondai mascherati di buonismo e saggezza superpartes. La pentola non può bollire all’infinito. Quando l’acqua evapora del tutto, la pentola va a fuoco con tutta la cucina.

 

10 novembre 2023

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