Per acoltare invece di leggere:
Jules Verne e i Pink Floyd ci erano già stati. Dall’altra parte. Verne col suo romanzo Intorno alla Luna del 1870, i Pink con il loro album Dark Side of the Moon, solo centotre anni dopo, 1973. La missione Artemis II ci ha così rinfrescato la memoria. A distanza di cinquantaquattro anni un equipaggio umano si è di nuovo spinto verso e oltre il nostro satellite compiendo una traiettoria circumlunare, e guardando così appunto dall’altra parte.
Il primo che ebbe questo affascinante e insieme sinistro privilegio fu un certo Michael Collins, il solitario. Chi se lo ricorda? Quando nel 1969 i suoi più famosi due compagni Neil Armstrong e Buzz Aldrin violavano per la prima volta il suolo lunare nell’acclamazione planetaria, Collins faceva il taxista paziente: circumnavigava il satellite a bordo della navicella madre Columbia in attesa che gli altri due, scesi grazie al Modulo di Escursione Lunare, LEM, scattassero foto, raccogliessero sassi e pronunciassero frasi storiche. I divi e il gregario.
In quello storico 21 luglio io avevo dodici anni e, figlia dell’era dello spazio come pure della televisione, non mi persi neppure un minuto di quella prima diretta fiume, con Tito Stagno e Ruggero Orlando che si contendevano il primato dell’annuncio dell’istante esatto in cui LEM, staccatosi dalla Columbia, aveva posato le sue zampe di lega di alluminio sulla Luna. In Italia erano le 22.17. Ma io attesi sveglia fino alle 4.56 dell’alba successiva, quando Armstrong, appena sceso dalla scaletta di quella specie di ragno meccanico, lasciò l’impronta del suo scafandro.
La luna perse di colpo la magia dell’altrove assoluto, una conquista inimmaginabile solo pochi anni prima: fu quella la prima vera violazione, da parte dell’uomo, di un altro mondo. In questi termini mio padre mi spiegava la faccenda. Millenni di seduzione verso il satellite dell’amore, delle maree e degli incanti poetici si erano dissolti in quel miracolo di scienza e tecnologia. Rimanevo scettica, pure se emozionata. Io pensavo a Collins, il vero altrove per me lo stava violando lui.
In attesa dei compagni, e prima che risalissero a bordo per tornare tutti a casa, dovette circumnavigare la Luna per quattordici volte. E per circa 48 minuti a ogni giro, mentre sorvolava “the dark side of the moon” perdeva completamente il contatto radio con la Terra e con i due compagni sul suolo lunare, diventando temporaneamente – come lui stesso dichiarò– l’uomo più isolato in tutta la storia dell’umanità. Io, che come tutti i bambini avevo paura del buio e di addormentarmi da sola, non potevo che provare pena per quell’uomo solo di fronte al buio dell’altrove profondo e con i riflettori accesi da tutt’altra parte rispetto alla sua davvero “oscura” fatica. Nelle foto propagandistiche della missione, precedenti alla partenza, lui è in posa in piedi, in mezzo agli altri due seduti. Loro comodi, lui quasi sull’attenti, a disposizione, angelo protettore. Lui grazioso e serio, come consapevole, gli altri due con le facce tipiche da yankee e i sorrisi spavaldi da americani in vacanza. Se proprio dovevo scegliermi un eroe, era lui. Se dovevo portarmi dietro una lezione per la vita, era quella del suo basso profilo, della disponibilità per gli altri, dell’attesa coraggiosa e tenace, della parte misconosciuta e nascosta che c’è in qualsiasi successo (un altro lato oscuro).
Ora, quell’altrove dello spazio profondo, di fronte al quale si posarono per la prima volta gli occhi di Michael Collins, in realtà l’uomo non lo ha mai violato. Neppure oggi. Fino al 1969 c’era la “parete” della luna a illuderci bastasse oltrepassarla per affacciarci chissà dove e capire chissà che. Ma anche oggi, a ben vedere, nonostante Collins e successori, e nonostante Artemis II, c’è ben altro a renderci ciechi e a lasciarci nell’oscurità. Qualcosa che è lontanissimo e insieme vicinissimo…
Dal brano Brain Damage, tratto da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd:
C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io…
11 aprile 2026
