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Al mio interessamento per l’arte ha dato una mano decisiva lui: il giovane gentiluomo nello studio, ritratto da Lorenzo Lotto intorno al 1530. Chi fosse, non è dato sapere. Un illustre sconosciuto in abito nero e camicia bianca, poggiato in piedi a un tavolo mentre sfoglia un libro. Alle sue spalle ci sono un corno da caccia e un liuto… Tanto mi basta. Era un aristocratico, oppure uno studioso o anche solo un contabile, forse un musico. Giovane, il volto pallido, serio, compreso, probabilmente ammalato o soltanto malinconico. Rassomiglia a un mio antico amore impossibile, e così, grazie a questo sconosciuto di tanti secoli fa, si è rinsaldata in me la consapevolezza che sempre, nell’arte, c’è qualcosa di impossibile. E di intimo. Mentre la contemplo, l’opera d’arte è soltanto mia. Sarà pure una deformazione onanistica, ma non mi piace essere ipocrita a riguardo: anche se ne condivido l’apprezzamento con milioni di altre persone, mentre ne godo, quel miracolo di bellezza è solo mio.
Io ho fatto l’amore infinite volte col giovane gentiluomo di Lorenzo Lotto. L’ho chiamato Lorenzo come il suo autore. Gli ho attribuito con l’immaginazione un fratello minore bello come lui… L’ho con prudenza intervistato, ho cercato di carpire il segreto della sua serietà, mi sono offerta di provare a curare il suo pallore nella speranza che rimanesse ciononostante così emaciato e serio per continuare a fantasticare di curarlo… Gli ho anche rimproverato di ignorarmi, così come ha finito per ignorarmi quello in carne e ossa che gli assomiglia… E così, ancora oggi, il presunto Lorenzo è solo mio. Solo mia la tela su cui è dipinto, pur se conservata nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, pur se sotto gli occhi di non so quante centinaia di turisti al giorno. Solo mie le sue infinite riproduzioni sui testi d’arte o sul web…
Giorni fa ho incrociato una frotta di turisti diretti ai Musei Vaticani. La solita truppa variopinta e bene assortita al seguito della guida di turno. Bulimicamente indirizzati a ingoiare quante più possibili bellezze custodite dentro le mura nel più breve tempo possibile Saranno stati felici di accedere a cotante meraviglie, ma io non ho potuto non pensare alle meste colonne di varie categorie di …deportati. Di simili truppe ho fatto parte anche io, in passato, perché nella vita bisogna provare un po’ di tutto. Perciò parlo con cognizione di causa. I “deportati del turismo di massa”, impastati insieme a gridolini di ottusa meraviglia, clic fotografici e sudore multietnico, nel delirio di vedere senza guardare, di catturare selfie davanti a una piramide o a un gruppo marmoreo, sono la perfetta contro-testimonianza del godimento estetico.
Per me l’arte è solitudine, non intruppamento. A una Cappella Sistina piena di gente spesso maleducata preferisco il libro sfogliato in disparte, nella quiete di una stanza o anche di una biblioteca pubblica. Non potrei fare l’amore come pure pregare in mezzo a folle che sgranocchiano noccioline, mi prendono a spintoni e a buon bisogno passano davanti a un capolavoro solo per aggiungere una tacca all’elenco delle mete raggiunte e di cui dire “che bello”.
Per questo sono contenta di vivere nell’era tecnologica: preferisco accontentarmi di una riproduzione stampata o appunto sul web che respirare la cosiddetta “aura” del capolavoro, se questa aura devo condividerla col respiro pesante del grassone ignorante che vuole solo dire “ci sono stato anch’io”.
Caro il mio Lorenzo. Resta così, emaciato e malinconico, solitario avvolto nel tuo mistero… Non ti ho mai visto dal vero ma mi basti così. Può anche darsi che la bellezza salverà il mondo, un giorno o l’altro, ma prima di questo deve essere almeno guardata. Con rispetto, nel silenzio. Come si guarda un crocifisso. E che almeno la bellezza non resti crocifissa.
19 aprile 2026
