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IL VENTO

Quello che il vento ci strappa, un altro vento ce lo restituirà.
(A.R.)

E’ il secondo o terzo anno che il mio albero di Natale è un po’ diverso da tutti gli altri.  Invece di palline colorate, angioletti, gnomi, festoni e lampioncini io appendo ai suoi rami solamente fotografie. Fotografie di persone care, ovviamente. Presenti e assenti. Presenti vicine e presenti lontane. Assenti vive e assenti che non respirano più.

Ogni albero ha rami che ricordano braccia aperte. Mi sembra in questo modo che il mio albero stia mimando un abbraccio universale nel quale vedo riunite tutte le persone fotografate. E allora mi torna all’orecchio quel passaggio della preghiera eucaristica “Tutti i tuoi figli ovunque dispersi”.

Quest’anno è stato per me un periodo di dispersione, di perdite e di distacchi. Per me, ma non solo. Sono salpate da tutti noi anche le ultime certezze. Dopo i mesi dell’inquietudine da pandemia, ecco le antiche-nuove paure della guerra atomica, della consumazione del mondo, dell’apocalisse. Ecco quelli che muoiono a causa di uno stupido missile, o di una malattia mal curata, o di un incidente o soltanto di vecchiaia e di tristezza. Ecco quelli che ci dimenticano o che vogliono farsi dimenticare, che non hanno più bisogno di noi, che si allontanano fino a scomparire o a farci scomparire, che ci mandano sì e no una cartolina da Marte… E allora davvero ci vorrebbe un dio che ci ricongiungesse tutti.

Io da sola, faccio quello che posso. E così mi affido alle braccia di un albero, come davvero fossero le braccia di Dio. Lì riuniti, i miei cari presenti e assenti, giovani e vecchi, di oggi e di ieri, si fondono in una presenza unica, mutevole e insieme immutabile e certa. Mi offrono il riassunto delle loro vite tutte strette dentro la mia. Ci trovo il ricordo, il perdono, i baci, le risate, e soprattutto la speranza di reincontrarci tutti. Un giorno ci sarà solo musica. L’amore non passa.

 

13 dicembre 2022

 

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