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IN QUESTO FRATTEMPO

Per ascoltare invece di leggere

Quando seguo con una tiepidezza che preoccupa perfino me stessa le vicende della Global Sumud Flotilla mi chiedo se io sia più cinica e disincantata o più qualunquisticamente sorda alle tragedie umane. E quale delle due sia la peggiore.

Come è noto, decine e decine di barche a vela partite da Spagna, Italia, Tunisia cercheranno di superare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari ai civili nella Striscia di Gaza. Un nobile obiettivo ritenuto però da molti di impossibile successo, e dunque soltanto simbolico, quanto -aggiungo io- palesemente autoreferenziale. Attivisti desiderosi di calmierare la propria coscienza mettono in scena un’impresa rischiosa nonché impregnata di ardore giovanilistico, ma purtroppo certamente velleitaria.

Ma anche Luigi Pirandello era un qualunquista disincantato? In una sua novella autobiografica immagina di ricevere la visita di uno dei suoi personaggi (lo spunto che poi darà vita al dramma dei Sei personaggi in cerca d’autore). E’ la vigilia della prima guerra mondiale, Pirandello è turbato a causa dell’imminente partenza del figlio per il fronte e dunque soprattutto infastidito dalla presenza di quest’ombra che gli “s’era attaccato alle costole per persuadermi a trarre da lui e dalle sue avventure argomento per un romanzo che sa­rebbe riuscito – a suo credere – un capolavoro”. Pirandello reagisce, vorrebbe non essere più disturbato da queste sue visioni, da questi suoi fantasmi e dichiara la sua intenzione di voler seguire esclusivamente le inquietanti notizie di cronache relative alla guerra

– La guerra? Che guerra?

             Me lo tolsi davanti con uno strappo violento; … e, …corsi con gli occhi alle ultime no­tizie dei giornali, se finalmente la dichiarazione di guerra era avvenuta, se gli ambasciatori d’Austria e di Germania erano partiti da Roma, se c’erano già i primi fatti d’armi per mare o alla frontiera. Nulla! ancora nulla! E fremevo.

E quello: E che vuole che importi a me… della sua guerra? …. Noi non sappiamo di guerre, caro signore. E se lei volesse darmi ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se ne loderebbe. Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come se non la lasciassero, … lei è così, e crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della guerra, debba cambiare. Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena. La terra è dura, e la vita è di terra. Un cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano da un punto; vi ritorna poco dopo, uguale, come se nulla fosse stato. Perché la vita, così dura com’è, così di terra com’è, vuole se stessa lì e non altrove, ancora e sempre uguale”.

Pirandello cinico oppure qualunquista? Anche la tragedia di Gaza e dell’Ucraina, del Myanmar, della Siria, del Sudan sono destinate a passare e siamo così tutti abilitati un’alzata di spalle? Anche sui generosi slanci degli attivisti della flottiglia la vita tornerà “poco dopo, uguale, come se nulla fosse stato”?

E nel frattempo?  E se la storia fosse proprio questo “frattempo”? In quarto ginnasio il mio professore di religione, don Franco Teani, pose a noi ragazzini il tema della guerra e le possibili soluzioni. Questione generica, risposte volenterose e generiche. Io lo glassai: la guerra ci sarà sempre, è nella natura dell’uomo, non cambierà mai niente. (Non avevo ancora letto Pirandello).

Oggi però, a distanza di tanti anni e dopo essermi uniformata alla disillusa saggezza del fantasma pirandelliano, mi impegno a pensarla altrimenti: se gli accidenti della cronaca nulla cambiano e cambieranno alla sostanza del destino umano e al dramma esistenziale dell’uomo sulla terra, se c’è un sovraspazio ultraterreno dove ciò che accade è destinato comunque a passare senza che nulla cambi, ciò non ci assolve dalla cura dell’oggi. Inclusa la pratica ostinata della speranza che tutto invece possa cambiare. In meglio, ovviamente.

 

7 settembre 2025

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