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INASCOLTATI

(Dedicato a zia Maria)

Essere invisibile. Chi non lo ha desiderato, almeno una volta? Da L’uomo invisibile di Herbert Wells la letteratura e il cinema, specie di fantascienza, hanno ampiamente sviluppato questa tentazione molto diffusa al voyeurismo incontrollato o alla deresponsabilizzazione totale: esserci senza apparire. Esserci senza esserci.

C’è una variante alla invisibilità: ci sono persone che parlano e non vengono ascoltate. Proprio come se non esistessero. Per esempio Cassandra. Ma non serve predire sventure per non essere presi in considerazione. Basta essere mamme o zie prodighe di raccomandazioni per figli e nipoti. A me capita spesso. Dicono che ho una voce troppo educata e dunque poco autorevole, e comunque insufficiente a generare attenzione in un mondo che ha alzato i toni.

La spiegazione però è sintomatica: per comunicare, oggi, pare sia necessario essere aggressivi, impudenti, costantemente sopra le righe. Quando ero piccola faticavo già abbastanza a dare voce a un pensiero, a materializzarlo in parole, a verificare la sua esatta corrispondenza con determinati suoni e non con altri. Oggi che sono vecchia e avrei acquisito una certa sicurezza di linguaggio, scopro che, per comunicare, la corrispondenza fra pensiero e parola non basta più, bisogna aggiungere un quid impetuoso e mordace, un appeal prevaricatore che metta a tacere altri eventuali interlocutori, insomma imporsi con un’energia che sa molto di violenza. E così, da che era scambio, la comunicazione è diventata sopraffazione del prossimo.

So che esiste tutta una manualistica specializzata: Come diventare persuasivi in trenta lezioni – Conquistare vasti uditori – La tua voce, la tua arma – Sedurre con le parole  eccetera. Ovviamente non li degnerò mai di attenzione, non è questo il punto. Se al principio mi mortificavo nel non essere ascoltata, ora accetto questo curioso e paradossale destino del non avere voce (per quarant’anni ho lavorato alla radio!) come appunto una preziosa variante dell’invisibilità. Rispetto alla quale l’inascoltabilità offre alcuni vantaggi. Escludo subito il vendicativo “te l’avevo detto io”, quando le ignorate previsioni si realizzano alla faccia di chi non le aveva prese in minima considerazione. Sottolineo piuttosto, tra questi vantaggi, il gusto di distinguere accuratamente le cose da dire da quelle da omettere. A veder bene, le prime sono davvero poche. Fermandosi a dire solo queste, si può limitare la frustrazione di essere ignorati. Per questa via ci si può addestrare anche alla perduta arte del silenzio, che non va intesa però come sconfitta o ripiego, ma come scoperta di un gioiello generalmente oggi rejetto: il tacere comporta scoprire che altri hanno molto da dire, spesso più di noi, e che la natura stessa parla una sua lingua degna di attenzione… A questo si può aggiungere infine il piacere un po’ aristocratico di tenere per sé pensieri che, benché espressi, rimarrebbero comunque incondivisibili o solo superficialmente compresi. Per non parlare dell’orgoglio di sentirsi accomunati ai grandi inascoltati della storia, a cominciare da Gesù per finire a Borges, Orwell, Hannah Arendt…

Noi inascoltati parliamo al cielo, alle nuvole, forse a vanvera, forse troppo, e alla fine forse è solo questa la ragione per cui nessuno ci ascolta. Ma io ho addebitato anche ad altro  il motivo  per cui la mia voce non riesce a imporsi in questo mondo chiassone. Proprio lavorando tanti anni alla radio, mi sono addestrata a … parlare con l’orecchio, più che con la bocca. L’orecchio è l’organo che abbiamo più vicino al cuore, nonostante l’apparente distanza anatomica. Per entrambi è questione di ritmo. Il cuore deve andare a tempo, e l’orecchio deve sintonizzarsi, oppure la comunicazione è impossibile. Nei miei anni di lavoro ho capito che non ha senso parlare senza contemporaneamente e previamente ascoltare –o immaginare di ascoltare- il destinatario delle nostre parole, soprattutto se non parla o sembra non parlare. Parlare da soli in una piccola stanza insonorizzata con solo un tecnico del suono (cui generalmente non interessa quello che dici ma come lo dici) aiuta ad affinare questo orecchio interno, a immaginare tutti quelli che potrebbero essere disponibili e pronti ad ascoltarti. Parlare a quei mille o diecimila immaginari “qualcuno” apparentemente muti mi ha portato negli anni ad “abbassare la voce”, abbassando me stessa alle loro presunte pretese, esigenze, fantasie o malinconie. Ho imparato a tendere l’orecchio anche se nessuno sembrava parlare. E’ legge del contrappasso che oggi, quando parlo io,  la mia voce si confonda invece con un rumore di sottofondo, o con le voci di altri capaci di gridare.

Per questo, è giusto che nel nostro babelico tempo ci sia sempre qualcuno che parla al vento. Nessuno mi ascolta? E’ la condizione perfetta, per me, affinché continui almeno io ad ascoltare tutti gli altri. Perché tutto il mondo è una musica.

 

6 ottobre 2022

 

In alto: di Gianni De Luca, copertina per L’urlo,  china su carta, 1978

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